Carlo Biancheri
Così si dice a Roma, manifestando una tradizione antica, intrisa di violenza: uomini de' panza... che tiravano fuori il coltello in fretta...
Il giorno dell'incoronazione di Sisto V, che ha ridisegnato l'urbanistica di Roma in pochi anni, il francescano ...conventuale, neo-eletto papa, non trovò di meglio che far giustiziare quattro briganti di Cori...
Così l'attuale sindaco di Roma, prodigo di promesse al tempo della campagna elettorale e dimostratosi incapace nell'amministrare la città, ha seguito la tradizione romana attaccando la protezione civile, a freddo, per trovare un capro espiatorio alla sua insipienza.
Abbiamo letto in questi anni del suo pseudo-governo della città, tutto intento ad inseguire il sensazionale, come la storia dei lucchetti di Ponte Milvio (sono uno sconcio... ma il sindaco che ha tra i suoi elettori
dei minus habentes che, appunto, li attaccano, tirando giù in passato i lampioni per il carico eccessivo..., si oppone alla loro rimozione...) o le scorrazzate notturne per identificare le donne di vita e i clienti,
vestito da centauro, rigorosamente di nero... In compenso la violenza a Roma è a livelli gravissimi, le strade dissestate, il degrado diffuso: tavolini abusivi dappertutto, anzi, a Ponte Milvio, la via Flaminia
vecchia è stata ristretta per ampliare lo spazio dei locali, amici del nostro... immaginiamo... E cosa voleva fare all'EUR? Una pista di formula uno per rivaleggiare con Monza? E quali quartieri voleva abbattere? Tor Bella Monaca? Uhm... la cosa è sospetta...
Che è stato fatto per la nevicata? Rigorosamente nulla. Ancora adesso, malgrado il sole di oggi, è pericolosissimo camminare per le strade ghiacciate. Dove sia stato sparso il sale è un mistero... E i suoi sostenitori taxisti, così efficienti, dove stavano venerdì e sabato? Senza catene poveretti? E il trasporto pubblico non funzionante? E gli ingorghi mostruosi con attese di otto ore sul raccordo anulare? No
grazie, avrebbe detto il sindaco, facciamo da soli... Forse, diciamo noi, se si fosse laureato un po’ prima avrebbe avuto il tempo di prepararsi meglio... e di non far pagare a tutti i cittadini romani i suoi errori!
La vita non è propriamente una partita di football come sembra pensar Lei, una performance... E' qualcosa di più serio...
Si legge sulla stampa che per farsi rieleggere il sindaco si è preoccupato di far assumere parenti ed amici o ex picchiatori fascisti nei posti chiave delle municipalizzate...
Bene comune? Sì, se si dimette dopo l'ultima performance... senz'altro sì.
Ma la cosa peggiore della faccenda è, a mio avviso, l'arroganza, con cui Alemanno e la sua parte politica sovrastano la verità con la violenza (commissione d'inchiesta) al solo fine di salvare la propria pelle
(politica). Ed è anche grave che l'opinione pubblica si separi non in base a diversa valutazione dei fatti, ma in virtù dell'appartenenza o della simpatia (politica). In Italia è così da secoli; è per questo che l'elettorato per decenni si è immobilizzato nella bipartizione dc/pci: qualunque cosa questi partiti facessero, potevano contare sull'indiscriminata protezione del loro elettorato. Come sempre, il male è sì più grave quando si radica in alto, ma viene dal basso perché né Hitler né Mussolini, né Berlusconi né Cirino Pomicino, Alemanno sono stati imposti con le baionette, ma sono stati votati dal popolo sovrano.
domenica 5 febbraio 2012
giovedì 5 gennaio 2012
LA POLITICA E I SUOI TRAGUARDI
In relazione alle recenti vicende che hanno visto le dimissioni del governo Berlusconi e la formazione dell’esecutivo presieduto da Mario Monti, sarebbe stato necessario, in una corretta analisi politica, mettere maggiormente in evidenza come il governo Berlusconi sia stato nella realtà un fallimento, in quanto le promesse fatte in campagna elettorale, con il famoso “Patto con gli italiani”, dal milione di posti di lavoro a varie riforme, non sono stati assolutamente mantenuti, mentre si sono verificati altri fatti negativi in ambito economico che hanno portato l’Italia, come è stato detto, sull’orlo di un precipizio.
Nella concezione moderna, quella che facciamo risalire alle teorizzazioni di Machiavelli ne Il Principe, la linea politica si valuta in base ai traguardi che riesce a raggiungere partendo dagli obiettivi che si è posta: in questo sta la definizione stessa di politica, in quanto non può essere mera aspirazione, ma essendo l’arte di esercitare la prudenza, incentrandosi cioè sulla capacità di scelta adeguata ed appropriata dei mezzi rispetto ai risultati che ci si prefigge di ottenere, deve per definizione aver successo, altrimenti non è semplicemente cattiva politica, ma non è politica in quanto tale.
Anche il fatto che per la difficile situazione economica in cui siamo precipitati si invochino cause esterne, di portata internazionale, non torna certo a giustificazione di chi ci ha governato. Basta infatti rileggere il cap. XXIV sempre del Principe di Machiavelli, dove si ragiona di “virtù” e “fortuna”, per rendersi conto che, anche in questo caso, la “virtù”, in senso classico, tutta laica ed operativa, che noi potremmo rendere con “abilità”, avrebbe dovuto mettere in guardia contro la “fortuna”, anche qui classicamente vox media, nel senso di sorte, cioè di ciò che può imprevedibilmente succedere. Appunto, come insegna Machiavelli con l’efficace metafora del corso d’acqua a regime torrentizio, per il quale, quando è in secca, bisogna predisporre argini per fronteggiare le imprevedibili, ma sempre possibili piene, anche nella nostra recente situazione politica la prudenza e il discernimento stavano proprio nel predisporre per tempo quegli accorgimenti che potessero permettere di sostenere eventuali nuove difficoltà economiche (memori anche della crisi del 2008) con i minori rischi possibili.
Nulla di tutto questo è stato fatto. Perché? Più che per insipienza, ci sarebbe da dire per demagogia, per quella degenerazione populista della democrazia, che cerca di soddisfare i desideri del popolo, in questo caso sovrano con il suo diritto di voto, nell’immediato e nell’auspicato, escludendo processi complessi, prospettive più lunghe e decisioni che in qualche modo possano suscitare, anche solo in certi gruppi, malumori e dissenso..
Per queste ragioni il comportamento politico del passato governo non ammette giustificazioni, in quanto non si tratta di aver commesso qualche errore, di fronte al quale ci si possa scusare con il dire che qualche sbaglio lo fanno tutti, come si sente da parte di Matteo Salvini o Roberto Maroni, con un atteggiamento ammiccante all’elettorato. E’ questo un linguaggio sgangherato da bar Sport, ma che sottende una captatio benevolentiae ed un pressapochismo che generano molta confusione. Non si tratta di aver fatto qualche errore, si tratta di aver fallito nel considerare il nesso fondamentale su cui si regge la politica, fatto di progetti e di realizzazioni, ma anche di accortezza e di vigilanza continua, appunto nella dialettica tra “virtù” e “fortuna”.
Questo vuol dire considerare la politica dall’efficacia dei suoi risultati, pur senza cadere nel marxismo che fa della prassi il criterio di verità. Occorre però riconoscere che la prassi è uno dei criteri di verità, anche se non l'unico. Per questo, se uno fa sbagli in politica, vuol dire che la sua è una cattiva politica e che la sua visione è sbagliata perché non realizzabile in quel frangente storico. Che la prassi non sia il criterio per eccellenza con cui valutar la politica, ce lo insegnano molte posizioni e teorizzazioni al di là del marxismo, che, oltre tutto, vede un unico tipo di prassi, quello che attraverso la lotta del proletariato porta alla presa del potere da parte di questa classe. La storia ci ha insegnato quanto sia rischiosa questa strada e quanto facilmente possa degenerare in eccessi tirannici. Così come anche le teorie del Machiavelli che hanno come unico scopo il raggiungimento del potere da parte di un “principe” ed il conseguente mantenimento. L’agire politico deve avere altri intenti ed altri obiettivi, in particolare deve mirare al bene comune, che non è solo bene economico, ma qualcosa di molto più sfaccettato, per realizzare il quale è importante tornare a riflettere su Aristotele che insegna che «bisogna far sì, partendo dal bene di ciascuno, che i beni in senso integrale divengano beni di ciascuno».
sabato 31 dicembre 2011
SFASCIACARROZZE
La temperie culturale che stiamo vivendo, per usare un linguaggio dominante di scuola heideggeriana, affascinante ma inconcludente..., si caratterrizza per un pressapochismo nel pensiero, per l'acriticità sulle proprie idee anzi per un atteggiamento apodittico. Più volte abbiamo scritto che una civiltà di rumori più che di suoni, di soggettività come norma normans, di immagini, di flash, di sensazioni, di puro piacere conduce ad una diminuzione dell'umano: tutto gira attorno alla materialità, alla fisicità che costituisce l'universo 'concluso' del percorso umano. Che senso ha un amore prevedibile, non aperto al mistero, all'incognito? Viene in mente La noia di Moravia...
L'esperienza è il grande mantra: se sentite la Caramore su Radio Tre, decaduta grazie all'inserimento di leghisti e destrorsi, per lo più di bassa cultura, ripete di continuo quanto sia fondamentale l' 'esperienzialità'; se ascoltate in tv un'intervista ad un giovane vi dirà, facilmente, di esser soddisfatto delle sue performances; verrebbe da dire che anche buttarsi dalla finestra è una performance e, infatti, si era diffusa la moda di gettarsi dai balconi, ricordate? Si prescinde totalmente dai contenuti e bisogna risalire a Kant che col suo formalismo ha trasformato tutto in metodo a scapito del contenuto - il noumeno è inconoscibile - e, come ognun può vedere, questo approccio porta al nulla o all' 'affettività', al sentimentalismo...: il famoso 'soggettivismo' che lamenta Benedetto XVI, tributario anche lui col suo agostinismo spinto di un approccio soggettivo...
Atteso che Tommaso, Dottore della Chiesa, avverte che la politica è al vertice della carità, per questo chi uccide il tiranno fa benissimo e merita un premio..., bisogna tornare al quotidiano per capire che succede.
Innanzi tutto abbiamo visto il solito vate della val Brembana, padre del trota, che, secondo i giornali, frequenta amicizie non proprimente da oratorio..., far nuovamente le corna (mai visto, fino a quarant'anni fa, far le corna da nordisti doc (!),che si sia 'imbastardito'?) e dare gentilmente del 'terun' al Presidente della Repubblica. Parla di un'indipendenza che vuol lui col suo 10/15% di disgraziati che lo votano: certamente la Padania, con la sua moneta, potrà rivolgersi da pari a pari al Liechtenstein, al Principato di Monaco, alla Slovenia e Croazia e magari anche alla Repubblica moldava o alla Transnizia. Ringraziamo la Lega. Lo statista/dentista Calderoli ci informa che il Governo di professori ci porta dritto alla miseria. Se avessimo continuato con lui, il tagliaboschi di leggi che faceva piuttosto delle radure del tipo distruzione delle foreste amazzoniche... che richiedevano continui interventi riparatori, saremmo stati molto meglio. Lo statista parla in fretta, prima di aver pensato... Si muove bene all'estero: peccato che nessuno lo capisca, specie quando ammicca, ride tra sé in modo balordo (come si dice in Veneto da ...): gli studi dentistici non gli han consentito di apprendere il detto latino: risus abundat in ore stultorum. Questi personaggi fan notizia come la facevano Ruby Rubacuori ed amiche... e danno scandalo perché abituano la gente all'idea che sia lecito dire e fare qualsiasi cosa. Pavese diceva che vivere è un mestiere ma questo è possibile solo per chi si chiede: perché questo piuttosto di niente. Aristotele dice che la filosofia nasce con lo stupore.
Parla della Chiesa la Lega e tira i fuori la questione dei soldi cui le gerachie, ahimé, sono molto sensibili. Vuol dire che non ci sono più vescovi simpatizzanti e sciagurati alla Maggiolini? E' vero che con personaggi di basso profilo come l'attuale Presidente della Conferenza episcopale italiana, che parla di politica e di etica e non della Parola, han poco da temere. La storia della Chiesa, dove gli uomini sono peccatori, come non si stanca di ricordare l'attuale papa, indica che i testimoni, poi canonizzati, sono stati sempre guardati con sospetto dalla gerarchia, fatta per lo più da gente come il cardinale Antonelli...: "Signora, vuol venire a vedere la mia collezione di monete?" Pensate il povero Filippo Neri, continuamente sotto esame, sottoposto al sospetto di eterodossia. Per fortuna che Pio V morì perché altrimenti l'oratorio non ci sarebbe mai stato. I testimoni rompono gli equilibri sociali, il quieto vivere perché vanno dritti al cuore dell'umano. Così don Pippo, come lo chiamavano a Roma, faceva scopare il cortile dell'oratorio a signoroni tutti vestiti di raso, come penitenza, o portare in braccio, in giro per Roma, il cane Capriccio (il cane era entrato nella sua cella e non c'era stato verso di farlo andar via...) a gente del calibro del Tarugi, nipote del papa Medici. Il povero Baronio, primo grande storico della Chiesa poi cardinale per forza..., aveva scritto sulla cappa della cucina dell'oratorio Baronius coquus perennis perché doveva far tutti i giorni da mangiare alla comunità. San Carlo Borromeo, un po' imperioso anche se santo, aveva raccomandato sua sorella a Pippo che stimava moltissimo, stima condivisa dal nipote Federigo. Questa si era sposata a Roma col figlio di Marcantonio Colonna, il vincitore di Lepanto, che aveva tutta cristianità ai suoi piedi. Era scrupolosa, la poveretta, e andava da Pippo e poi tornava dopo un'ora e veniva anche maltrattata per questo. Si inginocchiava davanti a Pippo e lui le accarezzava la testa, scompigliandole la capigliatura: la principessa Colonna!
Sì, abbiamo i leghisti e i berlusconidi e i fascisti anche perché ci manca un Francesco piccolino ("Vatti a rotolare tra i porci" gli disse il papa in San Giovanni in Laterano...) e un Pippo, gente di speranza e rispettosa dell'umano, capace di sacrificarsi perché innamorata della vita. Pippo andava a visitare le sette Chiese con duemila persone che lo seguivano, ricchi e poveri: ma per diciassette anni era stato un monaco di città e passava le sue giornate nelle catacombe di San Sebastiano, in preghiera. Non aveva tornaconto: non scherzava.
Questi decenni di chiacchere, di immagini ci hanno confuso e fatto credere che la vita sia un sogno, ma non nel senso di Calderon de la Barca... Contrariamente a tutte le massonerie, pur riconoscendo al 'sogno' americano il valore dell'affermazione della libertà e dell'uguaglianza, ritengo che ci sia pochissima umanità negli Stati Uniti e che la gente, annegata nel fare..., sia quasi disperata e certo incapace di ascolto e di accoglienza, salvo eccezioni come il Deep South di Flannery O'Connor o di Caldwell, quello di Tobacco road, ma anche la New York di Baldwin o i quadri di Hopper.
giovedì 22 dicembre 2011
Pubblichiamo questo commento per esaminare, anche se in breve, i contenuti culturali, diciamo così..., sottostanti a questo approccio che tanto riecheggia gli slogans della famigerata Lega, formazione politica secessionista che ha molto operato in questi anni per abbassare il livello culturale del Paese e favorire un atteggiamento reazionario cioè non pensato.
Di recente ho visitato a Roma una mostra sull'emigrazione italiana, organizzata nell'ambito delle manifestazioni del centocinquantesimo dell'Unità d'Italia. C'erano anche le valigie di cartone, i rosari che poveri veneti o i tanti meridionali, ai primi del Novecento, portavano con loro per scappare alla fame, in tempi in cui la vita media era bassissima. Andavano a New York, in Argentina, a San Paolo in Brasile, poi a Toronto, abbandonando tutto e con dolore. I rapporti dei consoli italiani dell'epoca sono impressionanti: venivano trattati non diversamente da come molti italiani trattano oggi i Rom. Nei giornali locali, quando si parlava di loro se ne parlava come di malavitosi: ci sono voluti decenni per farsi accettare, mai nell'élite, specie in Nord America tra i WASP.
La prima cosa che emerge in questo commento è la mancanza di consapevolezza della fraternità umana e della dignità della persona. Quella stessa carenza che fece sì che i Rom fossero soppressi, in quanto etnia, nei campi di concentramento in Germania: esseri inferiori? Come i 'down'? Come gli omosessuali? Io soffro a sentir parlare un leghista perché ignora totalmente, nel suo cieco egoismo, che quel che ha avuto è gratuito: non lo ha meritato lui, lo ha avuto e basta e la sua identità la scopre veramente solo se sa includere anche quella dei Rom o dei Sinti, al di là del loro degrado.
Nei Paesi dell'Est in Romania, in Bulgaria e in generale nella regione balcanica sono ben più numerosi che nell'Europa occidentale .A Sofia esiste un enorme campo, chiamato con disprezzo Cayenna..., dove vivono pacificamente.Tutte le mattine all'alba Sofia è pulita da loro, pagati dalla municipalità: posso assicurare che la città è di gran lunga più pulita di Milano o di Roma. Conservano ancora le loro professioni tradizionali che la modernità ha distrutto: calderari, artigiani dell'argento, riparatori di gronde, musicisti, ecc... . Chaplin non era per caso Rom di origine?
Si sposano anche con i locali, tra i quali si scopre ogni tanto il tratto Rom...
In questo vento della Storia, segnatamente i fenomeni migratori, che significato può avere la sciocca argomentazione: 'prima di tutto i poveri italiani'? Prima di tutto chi ha più bisogno e se la torta è troppo piccola chiediamoci da dove vengono quegli enormi SUV così diffusi nelle terre del Nord di questo Paese ma anche altrove, posseduti da gente che denuncia un reddito di 15.000 Euro annui...
Nel corso di un'audizione mi son sforzato di spiegare ad un deputato leghista che portava all'occhiello il crocione di Milano, lo stesso simbolo della mia città, Genova, per quanto io non avvertissi con lui alcuna comunanza, che la sfida del nostro tempo è simile a quella che gli italici ebbero ad affrontare nel Medioevo prima e nel XIV e XV secolo poi: essere nel mondo. Spiegai che i genovesi erano presenti a Amsterdam, a Madrid, a Smirne, a Istanbul; non se ne stavano in Val Scrivia. Erano culturalmente aperti: parliamo della cultura dell'essere e non di quella dell'avere, tanto cara ai leghisti che non operano per il bene di alcuno se non di sé stessi.
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Ottenuta la fiducia alla Camera e dato il via libera alla manovra “salva-Italia” intanto il governo, attraverso il ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione Andrea Riccardi, propone di concedere ai Rom delle case.
Una proposta alquanto bizzarra e frutto sicuramente di un forte “abbaglio” visto che vorremmo chiedere al ministro Riccardi come la prenderanno le numerosissime famiglie italiane che forse proprio a causa della manovra “lacrime e sangue” non riusciranno neppure a sfamare i propri figli, né tantomeno a pagare il mutuo della propria casa dopo anni di sacrifici.
Sì, la proposta del ministro Riccardi riguarda proprio le case, quelle che grazie al premier Mario Monti, saranno tassate dalla nuova imposta, l’Imu: insomma, gli italiani faranno enormi sacrifici per stare sotto un tetto, mentre i Rom saranno accompagnati presso le porte delle loro nuove e accoglienti abitazioni gentilmente offerte dallo Stato.
Un consiglio al ministro: non lo dica agli italiani che muoiono di fame, o agli italiani che non riescono ad avere un futuro, o a quelli che pur avendo un reddito non riescono ad accedere ai mutui bancari, per l’acquisto di abitazioni, eccessivamente onerosi e vessatori.
Ma andiamo per gradi. La proposta del ministro Riccardi mira a favorire lo sviluppo e la crescita del nostro Paese investendo sui figli dei Rom e sulla loro scolarizzazione.
Secondo il ministro il tutto passerebbe attraverso un tetto stabile “perché la vita in una casa favorisce l’integrazione e il superamento della provvisorietà”.
Applausi! Ma avete spiegato al caro ministro che ci sono milioni di italiani che non riescono a integrarsi per lo stesso motivo? Avete spiegato al ministro Riccardi che forse “snaturerebbe” la storia del popolo Rom che per antonomasia è un popolo nomade, non dedito a radicarsi stabilmente in un territorio?
Se qualcuno, forse radical-chic, pensa che il discorso del ministro non faccia una piega, vorrei chiedere loro che non sia invece un concetto abbastanza “razzista”; sì, ma nei confronti degli italiani!
Che sia ben chiaro, al ministro sembra mancare ogni contatto con la realtà non conoscendo forse che per moltissimi italiani la casa resta un miraggio; e lui che fa? Pensa ai circa 130 mila “zingari” temporaneamente stanziati in Italia, dando forse anche a loro il cosiddetto “rimpatrio assistito” che altro non è che una cospicua somma in denaro contante per agevolare il rientro a casa.
Ma nonostante tutto i Rom restano eccome in Italia. Sintomo del fatto che forse stanno meglio che altrove e che sono integrati come non mai. Poi per dirla tutta dati statistici fanno emergere come proprio il popolo “nomade” si diverte attraverso furtarelli e scippi proprio a danno di noi tutti. Per carità, tutto il mondo è paese, ma al ministro “Rom” consigliamo di pensare più agli italiani e meno alle proposte choc che nei fatti inaugureranno la nuova casta: quella degli “zingari”.
Per gli italiani forse un’aspettativa ci sarà: quella di travestirsi da Rom e chiedere una casa a Riccardi.
Francesco Christian Schembri
giovedì 15 dicembre 2011
IL SONNO DELLA RAGIONE GENERA MOSTRI
Il sonno della ragione genera mostri: così pensava Francisco Goya nel 1799, quando anche la ragione, pur pretendendo di illuminare gli uomini sulla via del progresso, determinava soprusi ed eccessi da parte di chi aveva in mano in potere. Oggi, però, questa riflessione sembra tornare di attualità, soprattutto per quanto riguarda l’uso del linguaggio. Infatti, sia nel parlare comune, anche di persone ben scolarizzate, che nei discorsi dei politici e di altre persone di potere e notorietà in vari campi, si nota un fatto grave: l’abuso totale delle parole che non corrispondono più alle cose, cioè ai concetti che si vorrebbero esprimere, sulla base di un supposto “intanto si capisce”… . La gravità di questo fatto, che in politica è iniziata con la voluta ed esibita rimozione del congiuntivo, con il dilagare di frasi del tipo “Se avevo tempo lo facevo”, da nessuno censurate, ha finito per promuovere il totale non senso del parlare, anche senza arrivare agli eccessi del parlato comico-qualunquistico, del tutto incontrollato, del senatore del PdL Vincenzo Barba. Gli esempi che si potrebbero fare sono moltissimi, dagli strafalcioni della Gelmini in una lettera a Zaia (“ i dialetti sono le base della nostra cultura”; “i professori ad esempio devono sempre di più provenire dalla stessa regione nella quale insegna”; “per questo la polemica è distituita di qualsiasi fondamento soprattutto per chi è rivolta ad una persona che abita al confine con il Veneto”) a quelli che possiamo riprendere dal recente scomposto dibattitto che si è svolto al Senato e alla Camera sui provvedimenti del Governo Monti, durante il quale si sono sentite frasi come “si è ucciso perché non resisteva al pudore”, oppure “oggi si è svolto un altro capitolo negativo per il Parlamento”. Questi non sono svarioni grammaticali, solecismi, anacoluti o calchi dialettali (di cui anche i parlamentari danno prova, a cominciare dalla Gelmini, di cui possiamo ricordare “i carceri”, “piuttosto che anche”, “egìda”), ma sono lo specchio di una più profonda incapacità di usare la lingua come espressione di quel rigore logico e concettuale che dovrebbe sorreggere ogni espressione e collegarla alle altre del discorso in un rapporto di consequenzialità. Sembra che il parlare serva solo come freccia per aggredire e non per comunicare.
Siccome è stato detto che “lo stile è l’uomo” (George-Louis Leclerc de Buffon, Discours sur le style, 1753), è chiaro che questo parlare non sostenuto e vagliato dalla logica diventa indice del vuoto di riferimento di una generazione che ha smarrito tutti i parametri, a cominciare da quelli morali, non ha storia, perché non ha un progetto, non è in grado di disegnare un futuro per l’umanità. Tutto questo porta a vivere l’istante, trascinati dall’istinto, elemento irrazionale dell’uomo, che proprio la ragione, sulla base della logica, dovrebbe saper governare, per cui si trascende quando c’è un ostacolo, si aggredisce bestialmente l’emarginato, come fatti recenti, soprattutto quelli di Torino, dimostrano, in un reciproco caricarsi emotivo, non razionalmente controllato, per quell’annullamento dell’individuo nella folla, così ben analizzato e descritto nelle pagine mirabili del tumulto di Milano dal Manzoni.
L’accuratezza grammaticale, teorizzata da Aristotele, imponeva alla mente di conformarsi alla logica, per cui perdere la logica nell’esprimersi rivela una perdita tout court, perché il linguaggio è la spia della visione personale e collettiva del mondo. Facciamo solo due esempi: la struttura del periodo latino, ampia e articolata a piramide, con il susseguirsi delle proposizioni dipendenti di vario grado, rette da una principale, secondo le regole ferree della famigerata consecutio temporum, era lo specchio di una mentalità che propendeva per l’autoritarismo e il potere politico accentratore; l’avvento e la diffusione del cristianesimo hanno profondamente modificato la lingua latina, soprattutto facendo lievitare il lessico dell’astratto, proprio in conseguenza di una mentalità che alla concretezza terrena anteponeva l’apertura all’oltre. Oggi ci troviamo di nuovo di fronte ad una trasformazione epocale di mentalità, caratterizzata dalla perdita della logica.
Questo può dipendere da molti fattori: ad esempio, l’uomo non ha più un rilevante potere di scelta a livello economico, è trascinato da un vento che non controlla, mentre, al di fuori della realtà, cioè nel mondo virtuale, vive un’inesistente e fallace onnipotenza. Nello stesso tempo, il linguaggio in senso forte, è una contaminatio di culture, che non dialogano tra di loro, ma si allineano al livello più basso, quello più semplice ed immediato, che esprime l’emotività. Anche la produzione artistica allontana dalla logica, non tanto con il prevalere dell’astratto sul figurativo in pittura, in quanto i colori e la libertà delle forme hanno una loro validità, quanto piuttosto con il predominio dell’analogico e del liberamente associativo sul logico-consequenziale in poesia.
In definitiva, si potrebbe dire con Maritain che l’uomo, che ha la sua caratteristica intrinseca e specifica nella ragione, è ontologicamente mortificato, perché non pensa più, ma reagisce soltanto.
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