giovedì 2 aprile 2015

ALLA SCUOLA DEGLI ASINI: FATTI MATERIALI RILEVANTI... NEL FALSO IN BILANCIO

   
Carlo Biancheri

   L’abbiamo detto più volte in questo blog: abbiamo sin qui esitato ad attaccare l’attor giovine, come si diceva un tempo nelle compagnie di giro, di Pontassieve perché coloro che lo hanno preceduto non si sono distinti, nonostante le dichiarazioni cantilenanti sino alla noia, per il bene operare; anzi, il loro motto segreto ci pare esser quello del conte zio de I promessi Sposi dell’amato Manzoni: «sopire e sedare…».
   Ma… oggi  è stata approvata da un ramo del Parlamento una norma sul falso in bilancio, già soppresso come reato dal governo del pregiudicato Berlusconi. Bene, direte voi… Sì, ma… voi potete spiegarmi quali siano i fatti non materiali, fatta eccezione per i miracoli ed escluso l’avviamento e le stime (sono fatti?)? E qual è la differenza tra materiali e rilevanti? Per caso, qualche discolo degli ultimi banchi di scuola è stato chiamato a scrivere il testo e ha scopiazzato dalla norma inglese la parola material cioè “importante”, “rilevante”, traducendola con “materiale”, come nella versione italiana degli IFRS? Oppure è uno che sa l’inglese come i nostri politici che non smettono di dire, per far vedere che loro sì che hanno studiato (!), Good work, suscitando l’ilarità degli interlocutori? Oppure è un esperto come le segnorine della tv o quei conduttori che considerano una promozione culturale dire ‘buon pomeriggio’, ma… non dicono, nel contempo, buona mattina…; forse per loro il giorno (buono) finisce a mezzogiorno?
   Quindi il signor sotutto di Pontassieve (va detto che ne sa ben di più dei fannulloni del Parlamento Europeo come è stato definito il Salvini: «lei, Salvini, è un fannullone va sempre in televisione ma non ha fatto, come relatore, quello che doveva nel Comitato…» o degli adepti della setta che vogliono comprendere le ragioni dell’Isis ) desidera che sia punito chi omette di rendere pubblici o  falsifica fatti materiali rilevanti nei bilanci delle società quotate o non quotate. Lo scrivano di cui sopra si è ben guardato, abituato com’è a fermarsi alla prima osteria, come si dice a Roma, di indicare cosa sia material (per gli anglosassoni) o rilevante (per gli italici). Infatti la materialità o rilevanza nei testi di legge di tradizione anglosassone è stabilita normalmente da una soglia di valore numerico: per esempio, il 10% di determinati assets o, per meglio dire, di voci di bilancio… Il relatore della norma, udite, udite… quando gli si è chiesta una spiegazione al riguardo si è pure adombrato: queste cose le decide la giurisprudenza e non seccate, è stata la risposta!     Uhm… si approvano norme che sono già incerte e rinviano all’interprete in prima stesura? Non è un bell’operare anche perché in un paese di azzeccagarbugli che esprimono aria fritta con la prosopopea di Pericle è prevedibile un profluvio di ricorsi.
   Abbiamo preso questo esempio per contrastare la moda futurista, marinettiana della modernità, del giovanilismo, della velocità e del fare a tutti i costi perché… si possono anche fare delle sciocchezze e il politico non può dire: «scusate, ho sbagliato», perché ormai la frittata è fatta…
L’arroganza  è cattiva consigliera: S. Tommaso ed Aristotele del resto dicevano che le idee vanno difese con passione, ma il giudizio deve esser scevro dalla passione…
   E di arroganza ne vediamo in giro. Facciamo un esempio: un economista, digiuno di diritto, non può dire a proposito delle pensioni d’oro, pure scandalose in certi casi, chi se ne importa dei diritti acquisiti... Così ragionava Robespierre… Se io faccio un contratto, la parte forte non può poi rimetterlo in discussione perché si apre un vulnus, si costituisce un precedente che può anche portare, ad esempio, in una concessione, a cambiare i termini del contratto anche quando un privato ha fatto un investimento…; si tratta, ci sembra, di arbitrio. Diverso  e sacrosanto è, invece, disciplinare una fattispecie per il futuro.
Dunque, caro attor giovine, che non ci hai ascoltati quando ti dicevamo di non intestardirti per il bene del Paese sulla nomina della Mogherini, non vale il fare purchessia ma bisogna guardare al contenuto di quel che si fà ed alle conseguenze: si parva licet



domenica 8 marzo 2015

UN LIBRO DA LEGGERE

Introduzione

Carlo Biancheri

 Questa settimana per i tipi de Il Mulino esce nelle librerie la seconda edizione  dell’opera di un filosofo, Francesco Calvo, scomparso prematuramente nel 2001, intitolata Cercare l’uomo – Socrate, Platone, Aristotele.
  Paul Ricoeur ha scritto l’introduzione riconoscendone l’originalità e la profondità del pensiero e la perfetta conoscenza della filosofia antica, moderna e contemporanea. Calvo veniva da una formazione kantiana, come allievo di Emilio Garroni, ma ha avvertito  che una filosofia ridotta ad epistemologia o a gioco linguistico non conduceva da nessuna parte; da qui l’approfondimento dei classici greci e del pensiero medievale che si presentano come una singolare risposta ad un’esigenza di senso e di ‘fondamento’ che viene avanzata nel nostro tempo e che va ben al di là della ricerca individualistica post-romantica dei filosofi del Novecento. Essere invece di apparire, cercare un fondamento che non sia semplicemente un prodotto storico transeunte: cerco l’uomo, la sua verità, questo è l’obiettivo dell’opera di Francesco Calvo.


Recensione

Rosa Elisa Giangoia


    Come afferma Wittgenstein nel Tractatus, in filosofia o si è realisti o si è idealisti. Oggi sembra fondamentale riprendere il discorso sul realismo, non tanto di tipo scientifico, né pragmatico, né tanto meno ingenuo, ma quello classico di realismo metafisico, secondo cui esiste una realtà al di fuori del soggetto.
    A questo scopo è senz'altro determinante l’opera Cercare l’uomo. Socrate Platone Aristotele Il Mulino, Bologna 2014) di Francesco Calvo che riprende il discorso a partire dai tre grandi filosofi classici, fondamentali per il pensiero occidentale, non alla ricerca di approfondimenti e nuove interpretazioni, ma con l’impegno intellettuale di un filosofo che, attraverso un attento lavoro sui loro testi, crea un sistema di pensiero da proporre all'uomo di oggi per aiutarlo a comprendere  “il che cos’è delle cose”.
   L’originalità di quest’opera sta innanzitutto nel proporre un’attenta interpretazione di Socrate visto come il seme intellettuale del pensiero fondato sull'ontologia, da cui trarranno spunto Platone ed Aristotele, pur in modi e con esiti diversi. Infatti il «conosci te stesso» di Socrate viene spogliato della mera valenza etica per conferirgli un connotato metafisico, onde dar vita alla triade coscienza di sé – ignoranza – dialogo, nella ricerca del «bene per l’uomo», fino alla consapevolezza dell’ignoranza, come ignoranza del trascendentale, individuato come «ciò che distoglie e solleva ogni conoscenza particolare dalla sua centralità esclusiva».
   Tutto questo è possibile proprio perché Francesco Calvo recupera e pone a fondamento del suo pensiero il realismo in senso classico per cui il concetto di natura viene letto nel senso superiore di “principio” ed egli non teme di parlare di sostanza. In questa prospettiva l’indagare sull'uomo, su cosa debba fare e fino a quale termine, viene portato avanti nella consapevolezza di qualcosa di oggettivo che trascende e fonda la sfera della pura personalità individuale.
    Per quanto riguarda l’etica, è opportuno che venga sfatata la leggenda che fondatori ne siano stati gli Stoici ed in particolare Seneca che, immettendola nel mondo romano, l’ha consegnata alla tradizione, in quanto «Tutte le dottrine etiche e politiche di Aristotele sono, da un punto di vista filosofico, altrettante esplicazioni fenomenologiche dell’essere dell’uomo nel suo aver-da-essere». In Aristotele, infatti,  l’atto legato all'aver-da-essere centra  tutto sull'attuazione, condizione di disvelamento dell’essenza umana e delle sue potenzialità.
   Analizzando il pensiero di Platone, pur nella consapevolezza del suo intento «di filosofare sub specie Socratis», Francesco Calvo prende il suo dualismo antropologico e la conseguente differenziazione tra il corpo e l’anima (nella sfaccettatura di noùs, pnéuma psyché) come punto d’indagine sulle sue aporie per arrivare alla giustificazione della morte con l’innalzamento dell’immortalità (Fedone), che diventa legame intrinseco tra l’anima e l’oggetto assoluto. Per l’anima l’imperativo di liberarsi dal corpo viene corroborato dall'esercizio dialettico nella sua totalità, esperienza in cui essa percepisce la solitudine nel colloquio con se stessa in un monismo al di sopra del dualismo, accompagnato dalla dialettica dell'éros. In questo modo il «conosci te stesso» socratico, quale unione del sé e del bene oggettivo, si arricchisce dell’esperienza del Bello, capace di unire il momento “esistenziale” e quello “oggettivo”, grazie al potere di attrazione che sa esercitare nel cuore del desiderio.
    Secondo Calvo, però, Platone non riesce ad uscire dal dualismo e in questo senso è scisso, in quanto il suo uomo ha la testa in cielo e  i piedi sulla terra. Questo problema del dualismo viene risolto da Calvo con la psicologia di Aristotele che,  contrariamente a Platone, rifiuta il dualismo superandolo nell'attualità: l’essenza, per così dire, si svela in atto, anche se atto e potenza sono co-principi metafisici, in quanto la forma si può definire come la materia in atto e la materia come la forma in potenza: è la teoria dell'ilemorfismo che unisce forma e sostanza nell'unità dell’ente, facendo dell’anima la forma del corpo.
     Anche se la questione del bene per l’uomo diventa il legame tra Socrate, Platone e Aristotele, per Calvo la questione della «vita buona» e dell’«agire bene» - in base ad una corretta lettura di Aristotele - non si deve ridurre ad una semplice questione morale. Infatti in Aristotele non è possibile circoscrivere il compito dell’uomo senza aver preliminarmente affrontato la difficile questione dell’ «essere-uomo» in quanto tale. Soprattutto non si può trattare dell’uomo come essere-politico, e neppure del suo statuto come «animale razionale», senza essersi prima confrontati con la problematica della sostanza. A questo punto l’analisi di Francesco Calvo diventa complessa in una serrata elaborazione concettuale fino all'individuazione della sostanza dell’uomo in quell'essere che è «un essere che ha da essere», cioè del vivere nella tensione verso una “forma” che è la realizzazione dell’uomo in quanto tale. Di qui l’etica, che si sostanzia di un’antropologia filosofica e che si prefigge un preciso obiettivo, per cui si differenzia nettamente dalla morale kantiana di tipo prettamente formale, tesa ad illustrare la forma della morale, ma non il suo contenuto che si esplicita in norme morali. Per questo, secondo l’elaborazione di Calvo, l’aver-da-essere della sostanza uomo è il suo compito che si realizza nella «tensione appropriata» della potenza in cui l’ontologia si lega all'etica e alla psicologia. In queste relazioni entra in gioco la dialettica del “proprio” e del “comune” che si esprime specificatamente nell’amicizia, in cui il bene coordina l’esclusività del “proprio” e la condivisione del “comune” nella coincidenza dell’amicizia per se stessi e dell’amicizia per l’altro, in cui si realizza quel “bene” fondamentale della gioia insita nel vivere, presente già in Socrate.
    Secondo Aristotele, l’amicizia tratteggia una specie di modello in scala ridotta e ridimensionata del legame politico, nel quale l’“autarchia” dell’individuo diventa modello emblematico della possibilità di realizzazione dello stato, in quanto chi realizza il bene individuale realizza nello stesso tempo quello collettivo. Ed allora il cerchio si chiuderà nella convinzione che una buona fenomenologia dell’amicizia richiede una buona conoscenza del fondamento primo dell’uomo in base al quale si costruisce tutto il suo modo di essere. In definitiva la pienezza umana si svela nella sua attualità e in questo il Kant della Critica del giudizio non dista molto.
    Queste le linee essenziali di questo saggio, che viene ripubblicato dopo alcuni decenni dalla prima edizione, proprio per la sua attualità dovuta alla capacità di rispondere a tante domande rimaste ancor oggi insolute.
     Questa è l’originalità del libro, in contrapposizione a molte delle più recenti e accreditate posizioni filosofiche contemporanee, così diffuse anche in alcune correnti cristiane, che tratteggiano un Tommaso d’Aquino quasi platonico e idealista, accomunate dal muoversi sulla coscienza di sé, dell’io, in un circuito in ultima analisi cartesiano, incapaci di comprendere che l’io si fonda su un sub-strato ontologico e che non crea il reale, per cui, per la piena comprensione e la completa realizzazione dell’uomo, occorre un upokéimenon, il sostrato, la sostanza che fonda l'essere uomo contro l’idealismo della fenomenologia che centra tutto sul soggetto e sulla sua ragione soggettiva.



lunedì 2 marzo 2015

PAROLIERI ERRANTI

Carlo Biancheri


Non viviamo tempi sicuri non solo perché molti leader politici sono per lo più il prodotto di una cultura pragmatista usa e getta: han letto qualche libro  - se lo han fatto - scambiandolo per verità assoluta, ma perché tutto è  ‘leggero’, provvisorio, opinabile e non ci si identifica collettivamente in quasi nulla, salvo avvertire il timore di qualcosa di oscuro e imprevedibile e quasi imminente...
Se fate caso, nel nostro tempo,  i riferimenti si sono fermati all’Illuminismo, con le sue certezze indiscusse, alla teoria dell’evoluzione che viene insegnata come la geologia, al “fai da te” nel fondare un’antropologia o, più in generale, una Weltanschauung, una visone del mondo, ove ciò che è centrale è il soggetto che con la sua ‘creatività’ - la parola non è casuale – dà valore al reale; in altri termini: così è, se vi pare…
L’eloquio è persuasivo, immaginifico, prefigura il futuro anche in modo autoritario: «siamo qui per cambiare l’Italia»… ma… chi te l’ha chiesto? Non sarebbe meglio proporre un programma e cercare un consenso piuttosto che chiedere una fiducia alla persona, che assicura di metterci la faccia e di esser pronta a lasciare se non porterà a termine il suo compito? Se rimaniamo con i cocci dopo la performance infruttuosa…  come la mettiamo?
Si riaffaccia una destra che corrisponde alla violenza cui sono educati i giovani: i massoni/illuministi, che governano e hanno governato buona parte del mondo che conta in Occidente, hanno confuso e confondono la libertà con la licenza e così troppi giovani credono di potere impunemente usare ogni mezzo per soddisfare le proprie pulsioni ,in certi casi si tratta di deliri di onnipotenza: la cronaca è quotidiana. Non ci sono valori diffusi che giustifichino il sacrificio, l’accettazione del  limite, il rispetto dell’altro. Un Salvini qualsiasi, con mascottes al seguito,  ci propone una società  oggettivamente violenta; come è possibile che l’elettore italiano sia così irretito  per aver votato prima Berlusconi che ‘ha così ben operato’- come tutti possono agevolmente constatare - e poi la Lega…? Non sono bastati gli scandali della classe dirigente dei loro partiti? E quali le loro proposte? Blocchi navali (non esercitazioni ai confini…), costituzione di campi in territorio straniero, proposte che equivalgono  ad una totale nescienza del diritto internazionale, un approccio, diciamo così, di tipo troglodita. E poi il mantra: l’Europa che fà? Bisogna sbattere i pugni sul tavolo… è il leit motiv. Chi dice questo “o ci è o ci fa”… come si dice a Roma. L’Italia, in Europa, vota in Consiglio secondo le maggioranze ponderate, ma non ha la maggioranza assoluta, tale da poter obbligare gli altri a fare quel che essa desidera…
In compenso, l’alternativa degli affini a Scientology è cupamente vuota. Oggi abbiamo sentito Fico, che presiede la Commissione parlamentare di vigilanza RAI,  spiegarci con sicurezza che il fatto che lo Stato sia obbligato a  detenere per legge almeno il 51 % del capitale di RAI Way, oggetto di un’OPA ostile da parte di Mediaset, può essere aggirato con patti di sindacato per cui i privati comandano sullo Stato(?!), come già avvenuto in altre circostanze... Ci faccia capire il Fico: per quale arcano motivo il MEF dovrebbe entrare in un patto di sindacato con privati…? E poi cosa pensa? Che ci sia un obbligo di aderire ad un’offerta pubblica di acquisto? Se l’azionista non vuol vendere, come ha dichiarato, si limita a  non aderire; nella fattispecie la RAI detiene oltre il 60% del capitale. Si potrebbe dire, come ha fatto Mucchetti, che si può acquisire una quota superiore al 30% per cui nelle operazioni straordinarie si determinerebbe una minoranza di blocco: ma… l’offerta non è condizionata , ai sensi dell’art. 37 del regolamento Consob, all’acquisto della totalità delle azioni? Del resto, per ora c’è stata una mera comunicazione dell’OPA e la Consob ha tempo 15 gg, ai sensi sell’art.102 del TU,  per approvare il documento d’offerta… Quindi si vedrà se l’OPA è ammissibile o se si tratta, invece, di una mera operazione di disturbo del mercato… con fini diversi. E poi il Fico ha sentenziato (non è chiaro se l’Annunziata fosse  di conforme avviso…) che «la verità è sempre una somma. È una percezione»… Sic… Sarebbe come dire che di fronte ad uno stato di fatto (piove), anche se la somma degli astanti ritiene che non piova, ci si bagna ugualmente!
Chi decide non sa e chi dovrebbe informare è nella confusione. Un esempio? Il papa e la Curia vanno ad Ariccia per fare gli esercizi spirituali, quelli del Seicento, di S. Ignazio di Loyola, per intenderci…;  la giornalista RAI ci informava che «i lavori spirituali sarebbero durati alcuni giorni…»; pensava, all’evidenza, a riunioni di lavoro, magari con il papa che presiedeva…
Mala tempora currunt. Il frangente storico in cui viviamo è noto a tutti :guerre non dichiarate, violenze inaudite di sciagurati che vanno fermati e basta, ipocrisie, tornaconto. Ci vuole altro spessore umano in chi guida. Ma che possiamo fare noi?
«Nei tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispingere le cose al peggio; propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire; non è mai troppo per costoro: non vorrebbero che il tumulto avesse né fine né misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero di altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produrre l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia e parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci…» così l’amato Manzoni, e noi proponiamo un ‘concerto istantaneo’ con questi ultimi.




mercoledì 11 febbraio 2015

IL MENDACIO

   Rosa Elisa Giangoia


   Fin dai tempi più antichi della nostra tradizione culturale la comunicazione politica ha fatto ricorso alla menzogna, avvalendosi delle ben precise strategie comunicative del discorso menzognero, mediante allusioni e raggiri, omissioni e distorsioni, insinuazioni e falsificazioni per indurre negli interlocutori aspettative e credenze non vere.  Basta ricordare l’abilità del greco Sinone che, con astuzia, riuscì a farsi prendere prigioniero dai Troiani e poi, con menzogne, li convinse a portare dentro le mura della loro città il cavallo di legno, non dono dei Greci agli dei, ma pieno di guerrieri nemici.
   Già nel V secolo a.C. i filosofi dell’antica Grecia evidenziarono l’esistenza di un rapporto molto stretto tra esercizio del potere, menzogna e verità o, meglio, parresìa, definibile come attività verbale in cui il parlante sceglie di dire cose chiare con franchezza, senza remore o censure.   Euripide, Socrate, Platone e Aristotele considerano la parresìa un’idea centrale della costituzione ateniese e allo stesso tempo un atteggiamento etico caratteristico del buon cittadino. Per Platone coloro che dispongono del privilegio della menzogna sono i reggitori filosofi, i quali, sapendo discernere tra verità e menzogna, utilizzano quest’ultima come un 'farmaco', solo per il bene della città (Repubblica, 389b e Leggi,722 b-c).
    Con il cristianesimo la menzogna viene considerata un atto sociale; Dio non chiede di 'dire la verità', bensì di non 'rendere falsa testimonianza', ovvero di non commettere quell'atto di violenza che è l’inganno, sia esso compiuto per nobili o abietti motivi, per difesa o addirittura per amore. I Padri della Chiesa sostengono fermamente che non si deve mai mentire. Nel De mendacio Agostino d’Ippona fornisce una tipologia molto articolata della menzogna, considerandola come fattore mai ammissibile. Tommaso d’Aquino, riprendendo le argomentazioni di Agostino, asserisce che il bene presuppone il vero e ribadisce che la menzogna è un peccato contro la verità (Summa theologiae, II, IIae, q. 110, a. 1).
    Per Dante la menzogna è un’abilità diabolica, come evidenzia nella gustosa “commedia dei diavoli” nel c. XXIII dell’Inferno, in cui anche Virgilio, allegoria della perfetta Ragione umana, viene ingannato dalle parole di un diavolo «bugiardo e padre di menzogna» (v. 144), caratteri che gli vengono attribuiti anche nelle Bibbia (Io, 8,44). Ma per il poeta fiorentino, attento soprattutto ai mali della società civile, colpa grave è l’ipocrisia, più che nel suo aspetto privato, per quello pubblico, pericolosamente capace di corrompere le comunità. L’ipocrisia di Caifa fu la causa della morte di Cristo, in una vicenda in cui l’azione e gli interessi di religiosi, in questo caso i sacerdoti ebrei, sono soprattutto politici. Così anche i personaggi che il poeta incontra in questo stesso cerchio, cioè i due frati gaudenti bolognesi che, venuti come pacieri a Firenze, in realtà l’avevano data in mano ai guelfi, provocando gravi disordini e dolorosi lutti.
    L’uso politico della menzogna, finalizzato esclusivamente al mantenimento del potere, viene perorato da Machiavelli: colui che governa deve esercitare una 'virtù' che non è platonica conoscenza della verità, né cristiana identificazione con i precetti evangelici, quanto piuttosto 'abilità' di simulare e dissimulare, di unire l’astuzia alla forza, senza apparire spergiuro e mentitore (Il Principe, xviii).
    La pratica della menzogna a fini politici viene invece bandita da vari filosofi moderni; tra gli altri, Ugo Grozio afferma che essa lede sempre e comunque il diritto alla conoscenza di colui al quale sono rivolte parole o segni.  
    L’infingimento nei suo vari aspetti doveva essere molto praticato e diffuso nelle corti degli inizi dell’epoca moderna per essere così mirabilmente stigmatizzato da Molière nel suo Tartuffo, opera che, con la sua satira feroce della devozione religiosa per ordire piani a proprio vantaggio e tessere trame proditorie, disturbò Luigi XIV a tal punto che la fece modificare ed infastidì la «cabala dei devoti» di corte che chiesero ed ottennero la proibizione delle sue rappresentazioni pubbliche.
   Anche per Kant la verità è un dovere incondizionato di fronte a tutta l’umanità, mentre la menzogna è una rovina per l’intera società e per le sue stesse fondamenta: chi mente abolisce la società (Sui doveri etici verso gli altri. La veridicità). Nella diatriba con Benjamin Constant, secondo il quale «dire la verità è un dovere, ma solo nei confronti di chi ha diritto alla verità» (Sulle reazioni politiche), Kant dimostra come tale asserzione sia priva di senso, in quanto un simile diritto oggettivo farebbe dipendere, contro ogni logica, dalla volontà del singolo la verità o falsità di una proposizione. Mentire, per Kant, non è mai lecito e se anche l’interlocutore fosse indegno della verità, nel mentirgli non si commetterebbe solo un’ingiustizia nei suoi confronti, ma si agirebbe contro i diritti dell’umanità intera (I. Kant, B. Constant, La verità e la menzogna. Dialogo sulla fondazione morale della politica, Milano, Bruno Mondadori, 1996).
     Il noto adagio scolastico abstrahentium non est mendacium, fatto proprio dai Gesuiti rappresenta una posizione quanto meno ambigua, in quanto va inserita in un contesto specifico, soprattutto per il fatto che dire che “astrarre” è un semplice prescindere, significa che siamo ancora al di qua del giudicare.
    Con la Rivoluzione Francese la menzogna venne sdoganata, ma anche un’avversaria di Napoleone, come  Madame de Staël, poté dire, cercando di usare finezza, che «bisogna ingannare gli uomini per asservirli; ma si deve loro almeno la cortesia della menzogna».
   Poi venne il marxismo con le pretese di egemonia che diventarono dittatura, tanto che Lenin poté dire che «in bocca a un comunista la menzogna è una verità rivoluzionaria».
   In epoca più recente Hannah Arendt ha distinto tra verità di fatto e verità secondo ragione; la prima è 'politica per natura', in quanto «è sempre connessa agli altri, concerne eventi e circostanze in cui sono coinvolti in molti, è stabilita da testimoni e conta sulla testimonianza» (H. Arendt, Verità e politica, Torino, Bollati Boringhieri, 1995). Eppure il rispetto per la verità di fatto viene percepito come un’attitudine antipolitica, al contrario della menzogna, intimamente legata alla capacità dell’uomo di agire e di trasformare la realtà: «L’abitudine a dire la verità non è mai stata annoverata fra le virtù politiche, e le bugie sono sempre state considerate strumenti giustificabili negli affari politici» (H. Arendt, La menzogna in politica. Riflessioni sui 'Pentagon Papers', Genova, Marietti, 2006).
    Tuttavia la menzogna finisce in realtà per mostrare, prima o poi, il suo impatto distruttivo sulla politica, che si realizza massimamente nei regimi totalitari, in cui si ha la manifestazione esplicita del rapporto esistente tra negazione della ricerca della verità e paura che ne deriva. La verità costituisce, pertanto, l’essenza irriducibile della politicità, il cui carattere plurale e molteplice ne garantisce l’accesso.
    Anche oggi la menzogna usata in politica è quella che abitualmente si definisce di stile machiavellico, in quanto strumento di persuasione e, di conseguenza, potente mezzo di influenza sociale, capace di agire non su un interlocutore singolo, ma su una massa da cui ci si attende consenso. Richiede quindi l’impiego di strategie di manipolazione degli altri con l’inganno e il raggiro. Questo comporta la percezione degli altri come persone deboli, ingenue, con scarso spirito critico personale. È un comportamento che manifesta anche un’indifferenza di fondo verso le regole convenzionali di moralità nei propri pensieri e azioni, in quanto ci si ritiene personalmente abili ad influenzare gli altri, nei cui confronti non si ha stima, e si è pronti a strumentalizzarli per raggiungere i propri scopi.
    È chiaro che bisogna stare molto attenti ai politici che usano la menzogna, perché il mendacio è il fondamento delle dittature. Uno degli esempi più tragici è stato in tempi moderni quello della Romania di Ceauşescu, che arrivò ad impiegare per anni l'intero prodotto interno lordo rumeno per costruire il secondo edificio più grande al mondo (dopo il Pentagono) per la gloria, secondo lui, del popolo rumeno, in realtà perché impressionato dagli edifici che aveva visto a Pyong Yang da Kim Il Sung. Nelle dittature, infatti, non ci si comporta in un determinato modo perché è giusto o è bene per i cittadini (non più tali, ma sudditi), ma solo perché conviene a chi detiene il potere. 
     Ci sono vari modi di mentire. Ad esempio, la tattica del tacere su fatti ed argomenti, come avvenne a proposito delle persecuzioni nei confronti degli italiani dopo la Seconda Guerra Mondiale, con gli eccidi delle foibe in Istria, da parte dei comunisti nostrani per non screditare il governo di Tito. Talvolta le menzogne vengono scoperte ed emerge la realtà, nonostante le manipolazioni dell’informazione: è il caso recente di Salvini a Palermo che, con l’abile pantomima del chiedere scusa utilizzando una clausola di stile, finisce per avallare come menzognere sue precedenti affermazioni. Allora si chiede scusa come forma di urbanità, ma senza metanoia personale: dal proprio punto di vista tutto rimane invariato. Ma le menzogne possono anche nascondere altro…, come l'affermazione di Giorgia Meloni per cui l'aumento del debito greco in percentuale sul prodotto interno lordo dal 127% a 170% è solo colpa della troika; in questo caso la «donzelletta» omette di dire che il denominatore, cioè il prodotto interno lordo, è drammaticamente sceso e, trattandosi di proporzione... se la matematica non è un'opinione...
     Bisogna stare molto attenti e diffidare di chi in politica usa come strumento la menzogna, perché solo la verità è liberante, non solo a livello psicologico, ma anche nei rapporti sociali e in quelli di lavoro, se si ha come obiettivo il bene comune.







domenica 1 febbraio 2015

IERI IN ITALIA E' FINITA L'ERA DI WOYTJLA

Mi sa che in questa elezione di Mattarella al Colle ci abbia messo qualcosa di suo anche Papa Francesco, magari, chissà, solo con la preghiera! perché qui con Renzi giovanilista boy-scout e Mattarella che viene dall’azione Cattolica, dalla Fuci, dai cattolici popolari di sinistra, si cambia scelta del cattolicesimo in politica. Messo da parti Buttiglione come filosofo di papa Giovanni Paolo II, che sarà anche diventato santo col suo aiuto, e di CL a Milano, che portava dritto a Berlusconi, che si voleva anche far diventare buon cattolico, facendolo incontrare all'aeroporto con papa Benedetto e dandogli la comunione ai funerali di Vianello, nonostante il divorzio e i festini di Arcore, sperimentato senza successo il cattolicesimo di Sant’Egidio come supporto al tecnocrate Monti, adesso si ritorna al cattolicesimo stile vecchia DC e non credo proprio che papa Francesco non c’entri. Il brutto è che la vecchia DC l’abbiamo già provata e non ha portato per niente bene all’Italia, il finto cattolicesimo (festaiolo, disonesto, ecc. ecc.) di facciata di CL & C, l’abbiamo pure provato ed è andata male. Con Monti, non parliamone... si rischiava di diventare tutti poverissimi e di dover ricorrere tutti a Sant’Egidio! E allora? ripeschiamo nel passato sperando che vada meglio? Non sappiamo proprio inventarci niente di nuovo e di meglio?

Vincenzo Priano

CARLO BIANCHERI risponde:

Ci è parso cogliere con la nomina di Mattarella a Presidente  della Repubblica Italiana qualcosa di più di un ritorno al passato, come dicono alcuni, e cioè la nomina di una persona che aveva avuto una formazione da cattolico democratico non integralista, le cui radici si fondano nella rilettura di un tomismo elaborato a Le Saulchoir a Parigi ed a Lovanio, ma anche da rari maestri all’Angelicum a Roma; basti fare i nomi di Maritain, di Chénu, di Lyonnet, ma anche di La Pira e di Mounier, ma … non di Dossetti (…) per inquadrare l’elaborazione di una ideologia - sì lo diciamo senza vergogna … -dove si sosteneva l’autonomia relativa delle realtà create (v. Gaudium et  Spes) e in ultima analisi la convinzione che dai valori cristiani non ne discendesse una ricetta politica immediata, ma che, invece, è cristiano ciò che è ‘pienamente’ umano (v. Umanesimo integrale); contestualmente, si sviluppava l’elaborazione del concetto di persona e dei diritti inviolabili ad essa  connessi, ma anche la nozione di pace come tranquillitas ordinis, concetto dinamico che nella Populorum Progressio di Paolo VI porta a dire che lo sviluppo è il nuovo nome della pace nei rapporti internazionali.
Perché diciamo che è finita l’era woytjliana in Italia?
L’uomo è certamente eroico nel senso che ha subito un gravissimo attentato ed ha continuato imperterrito a svolgere il suo ruolo con molto coraggio, in un tempo difficile, con un comunismo dell’Est trasformato in mera gestione cinica del potere da parte di una oligarchia e, nella malattia, fu  fedele fino alla fine, senza risparmiarsi.
Tuttavia, la sua formazione teologica era inadeguata (studiò un solo anno all’Angelicum filosofia e fece la tesi su Max Scheler…). La sua era una preoccupazione politica globale che gli veniva dall’esperienza tragica della sua Polonia e dalla conoscenza dell’oppressione brutale dei regimi dei paesi dell’Est  – abbiamo ricordato più volte in questo blog la conoscenza diretta della Bulgaria  ( v. i post del 2009/2010) con la constatazione delle macerie umane che i regimi comunisti hanno provocato nelle persone, nella  vita civile e nella cultura, le cui tracce sono visibili ancora adesso: chi ha visto queste cose comprende meglio gli avvenimenti di questi giorni nei paesi dell’Europa orientale.
Nella visione di S. Giovanni Paolo II l’essere cristiano non era una scelta individuale, ma di popolo, e da qui i raduni oceanici, effimeri: molto spesso accadeva che l’interesse per la persona  fosse inversamente proporzionale ad una ricerca  interiore. Gente aliena da qualsiasi credo religioso, come Pertini, ne sentiva il fascino, ma anche un uomo come Clinton che la sua stagista chiamava il ‘bruco’, con rara acutezza psicologica, era della partita. Aveva dato via libera ai movimenti: CL, Opus Dei, Focolarini, Neo-catecumenali, Pentecostali che soppiantavano o invadevano ,in alcuni casi, le parrocchie, ed erano caratterizzati da attivismo e da una chiusura settaria, con una teologia, spesso, debole ed incapace di reggere il confronto con il tempo. Filosofi laici, come Cacciari, divenivano esperti di questioni religiose e la confusione era massima.
La gestione della Curia aveva sempre più carattere politico  e non  spirituale; il papa, peraltro, accentrava tutto quel che riteneva importante. La gestione economica delle finanze vaticane era affidata a gente senza scrupoli come Marcinkus o peggio …, associazioni religiose neo-costituite con molti soldi, come i Legionari di Cristo, il cui fondatore si è rivelato un vero mascalzone, operavano liberamente fondando scuole ed Università in tutto il mondo, senza controlli sul contenuto di quel che  divulgavano; bisognava fare santi a tutti i costi e così si moltiplicavano le canonizzazioni.
Il dibattito nella Chiesa, che esisteva prima del suo avvento, fu impedito. In Italia tutto era in mano a Ruini, la cui teologia è profondamente discutibile;  ha rotto con la tradizione consolidata di prudenza della Chiesa ed ha spinto attivamente i cattolici nelle  spire di uno che figurava nelle liste della P2, che non aveva nessuna delle preoccupazioni della dottrina sociale della Chiesa nel suo programma politico, anzi proclamava il diritto/dovere alla ricchezza, valorizzando quel che si ha (anche il corpo in prosieguo…). Il tale, chiamato “il caimano”, una volta tacitata la Chiesa con i soldi per i preti funzionari – definiti giustamente così dal papa Francesco – e soddisfatta sulle richieste relative ai valori non negoziabili (va detto che la teoria di questi valori, che non è una priorità del papa Francesco, contraddice la raffinata elaborazione che si era elaborata fin dai tempi di Pio XII…) ha fatto quel che gli è convenuto. In una parola l’abbandono di una nozione laica del bene comune, con il supporto del pur intelligente prof. Buttiglione, ha portato ad un integralismo strisciante ‘scassando’ la spiritualità, divenuta in prosieguo appannaggio dei ‘ruminanti della Santa Alleanza’, come li chiamava Maritain ne Le paysan de la Garonne, e cioè gli ex-scismatici lefevriani.
Né la situazione è mutata sotto il pontificato di Benedetto XVI che ha continuato a fare lo studioso o il melomane da papa, lasciando la gestione della macchina al card. Bertone che, sinceramente non sapremmo dire se si tratti di alto burocrate, di manager senza scrupoli, di vescovo principe, circondato da personaggi più volte inquisiti e massoni.
L’era del caimano e di Ruini ha accentuato in modo esponenziale l’attitudine all’apparenza che ha formato generazioni di giovani: quel che contava era la presenza, esserci, non il contenuto del messaggio; sintomatici al riguardo erano i raduni oceanici della gioventù con papa Woytjla, che cantava con loro,  il  giorno dopo ai quali gli  operatori ecologici raccoglievano montagne di preservativi dove avevano dormito: non c’è male, no? Un’inclinazione, un rincorrere lo spirito del tempo e in questo erano tutti hegeliani, disgraziatamente.
Lo stesso valga per la politica spettacolo, auspici i conduttori dei media (non si parla di quel che non si conosce…), che ci ha portato fino ai tweet di Renzi.
Ma la crisi ha spaventato ed i giovani cominciano a porsi qualche domanda perché capiscono che i cosiddetti maestri quarantenni non sanno dove andare.
Renzi è un animale politico, ma è un tattico: lui vende qualsiasi contenuto anche delle sciocchezze come la riforma del Senato. Del resto l’opposizione è formata da un comico in disarmo, da un adepto di Scientology, da uno che dice che bisogna capire l’Isis quando uccide da bestie, da un altro che prende il presepe come corpo contundente e si fa fotografare seminudo, che avvia una relazione, con famiglia alle spalle, e si definisce cattolico… Che volete?
Il tempo si fa breve, per così dire, e uno come Mattarella ha il respiro di chi ha riflettuto sulla vita e  sui problemi del Paese  e sa come mettervi mano.
È in linea col clima che il papa Francesco, una ventata di aria fresca, ha portato nella Chiesa: un ritorno ai valori fondanti e basta chiacchiere.