martedì 3 aprile 2012

PER CONTINUARE A LEGGERE DANTE

Rosa Elisa Giangoia 

In un romanzo appena uscito (Antonio Monda, L’America non esiste, Mondadori, Milano 2012), ambientato a New York agli inizi degli anni Cinquanta del secolo scorso, il protagonista rievoca suo padre dicendo: “Come quando gli aveva recitato il suo verso preferito: “L’alba vinceva l’ora mattutina che fuggia innanzi, sì che di lontano conobbi il tremolar de la marina” . Faceva sempre una pausa prima di aggiungere che chi non riusciva ad apprezzare la bellezza di quel verso, senza tante spiegazioni, non avrebbe mai capito cos’è la poesia” (p. 213). Certo cosa sia la poesia è difficile da capire e senz’altro non l’ha capito Valentina Sereni, direttrice di Gherush92, organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale per il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, in relazione a diritti umani, risoluzione di conflitti ed eliminazione dei razzismi, secondo cui la lettura della Divina Commedia di Dante andrebbe eliminata, o comunque ampiamente ridimensionata e criticamente illustrata nelle scuole italiane per le sue posizioni ideologiche razziste, antisemitiche e islamofobiche, oltre che per la condanna degli omosessuali. Questo tipo di posizione può essere solo di chi conosce poco il poema di Dante, di chi non ha saputo leggerlo ed apprezzarlo nella complessità  del suo insieme, cosa per altro molto difficile, se pensiamo che per vari secoli (dal Cinquecento all’Ottocento Dante è stato completamente messo da parte nel canone letterario, proprio per la sua difficoltà e arditezza, a tutto vantaggio del più facile e psicologicamente vicino Petrarca) e che ci sono volute menti acute di grande valore letterario, non italiane, come Auerbach e Singleton, o capaci di grandi innovazioni poetiche, come Th. S. Eliot ed Ezra Pound, per riproporlo nel Novecento, in tutte le sue valenze, e farlo comprendere al pubblico mondiale e soprattutto italiano, in cui ci si dibatteva nelle strettoie crociane della contrapposizione tra “poesia” e “struttura”. Leggere la poesia assolutizzando i suoi contenuti e valutandola in base ad essi, decontestualizzandola dal momento storico-culturale in cui è nata, è senz’altro l’errore più imperdonabile che si può fare nei confronti della produzione letteraria. Errore che in parte nella storia è stato fatto e che avrebbe potuto privarci di opere straordinarie: mi riferisco al momento cruciale dell’imporsi del Cristianesimo sullo sfondo del mondo classico morente, quando si accese tra gli intellettuali, i migliori dei quali erano ormai cristiani, il dibattito se si dovessero continuare a leggere le opere degli autori precedenti improntate al paganesimo o se fossero da accantonare in blocco, per far dimenticare al più presto e in modo definitivo le divinità pagane. Per fortuna ci furono menti illuminate, che proposero la continuità di lettura, nello spirito e nella convinzione che il mondo pagano altro non fosse stato che un’umana preparazione alla rivelazione cristiana. E così Omero e i tragici greci si sono salvati, si è salvato Platone ed anche Aristotele, anche se per lui un grosso aiuto è venuto dagli Arabi, ma, per le sue idee, ha rischiato di non salvarsi (non tanto per colpa dei cristiani, ma degli stoici) il De rerum natura di Lucrezio, rimasto del tutto sconosciuto per molti secoli e di cui solo nell’Umanesimo sono stati fortunosamente recuperati i due manoscritti che oggi ci permettono di leggerlo.
Certo che se si  parte da questo criterio di valutazione dei contenuti, la mannaia eliminatoria cadrà su buona parte della produzione letteraria, e non solo italiana, ma per ora limitiamoci a pensare che anche l’atteggiamento di distaccata ironia con cui Ariosto guarda il mondo musulmano e la fiera contrapposizione religiosa che ispira il Tasso potrebbero essere sanzionate.
La Commedia di Dante è un grandissimo affresco dell’avventura umana in tutte le sue sfaccettature. Non ci sono tabù: se uno come Nietzsche crede che Gesù sia un debole o un mito è libero di dirlo. Se uno crede che Maometto sia un mero umanista e ancora..., bisogna forse censurarlo come vogliono gli integralisti?
Il fatto gravissimo della cultura contemporanea è una nuova intolleranza, che neppure riesce a contestualizzare i linguaggi.
Speriamo che queste posizioni non vengano prese sul serio in sede ministeriale, ma restino a livello di opinioni in un ampio dibattitto in cui ci auguriamo che prevalga l’intelligenza, anche se le  revisioni del programma ministeriale di Letteratura italiana per gli istituti medi superiori, riguardo al Novecento, decise dall’infausta Gelmini nel 2010, ma non modificate dal successivo ministro Profumo, non lasciano ben sperare. Con queste indicazioni ministeriali spariranno dai programma, e probabilmente anche dalle antologie scolastiche, autori come Quasimodo, Sciascia, Vittorini, Silone e molti altri, tutti (ma sarà un caso?) meridionali di origine e fortemente rappresentativi di questa realtà italiana nelle loro opere.
Quanto all'accusa di omofobia - più volte ritenuta in questo blog come un atteggiamento incolto, razzista, indice di insicurezza psicologica e foriero di violenza, come dimostrato dal trattamento riservato dai nazisti agli omosessuali - nei confronti di Dante si rasenta il ridicolo.
Innanzitutto, Dante omofobo non è, in quanto tratta con grandissima riconoscenza e rispetto il suo maestro Brunetto Latini, 'sodomita'. E' vero, mette gli omosessuali all'inferno e parla di “mal protesi nervi”. Anche la Bibbia, peraltro messa all'indice  per i cattolici 'non avvertiti' per lustri..., dovrebbe avere analogo trattamento. Per tutti basti la connotazione ritenuta 'razzista', immaginiamo, dalla signora Sereni, che “uomo e donna li creò”... o l'episodio di Lot  e delle figlie... Non parliamo del Corano, dove la sanzione è la morte, quando il rapporto si consumi in presenza di quattro o cinque testimoni adulti maschi (!)...
A nostro debol parere ... siamo in una nuova Arcadia dove vigono convenzioni, topoi indiscussi: politically correct ...e continuando così arriveremo a chiamare, acriticamente, i piedi 'i cari sofferenti' (v. Molière, Les précieuses ridicules). Dante, poveretto, discepolo di Tommaso d'Aquino, che aveva incorporato Aristotele, osa parlare di 'natura umana', quel paradigma perduto, secondo Edgar Morin, scettico contemporaneo. La sua visione di natura umana  non pone al sommo la istintualità, l'affettività, pure legittima – attenzione, ci sono istintualità che legittime non sono come la pedofilia o la zoofilia...-  ma la 'convenienza' ontologica, una sorta di 'intenzionalità' dell'essere umano, come si direbbe in linguaggio moderno in filosofia. Senza scomodare l'omosessuale, grande scrittore Thomas Mann, che nell' Elogio del matrimonio ritiene che l'amore tra generi diversi ha un plus perché  'potenzialmente'... in grado di generare vita, mentre il rapporto omosessuale resta a livello di specchio, cioè narcisistico. Il povero Dante reputa che  l'amore tra generi diversi è il solo in grado di compiere un gesto definitivo, che rimarrà... che va oltre l'istante, perché si inscrive nella  vita stessa degli esseri umani. E' lecito crederlo, pur rispettando il diverso? O i censori intendono ottenere una pronuncia di condanna da un'Alta Corte, politically correct?

sabato 10 marzo 2012

GLI IMBECILLI

Carlo Biancheri


Al tempo di Moravia, Gli indifferenti' o  Bonaventura Tecchi, Gli egoisti... esprimevano una temperie culturale, riflettevano un modo di essere degli uomini di quel tempo, il loro porsi dinanzi alla vita. Ancor più radicale, il sentire di  Camus  con Lo straniero, un'estraneità alla vita stessa. Eravamo ancora tra gli ultimi fuochi di un post-romanticismo caratterizzato dalla centralità del soggetto che 'dà valore' al mondo, una weltanshauung totalizzante, in cui l'io esistente 'attribuisce senso al reale'...
Si parva licet, quale atteggiamento diffuso si può riscontrare nella contemporaneità? L'imbecillità, purtroppo...
E chi sono gli imbecilli? Sono soggetti caratterizzati da debole quoziente mentale, come i beoti al tempo dei Greci.
Non vogliamo qui gratificare come imbecilli questo o quel signore/signora, anche se diversi di loro per il ruolo pubblico che svolgono o per il peso che hanno come opinion maker se lo sono ampiamente guadagnato, ma segnalare comportamenti che si caratterizzano, a nostro debol parere, da imbecillità.
E' moneta corrente  parlare di tematiche che non si conoscono tranciando giudizi con una sicurezza che sarebbe meglio riposta per altre cause.
Vi ricordate qualche mese fa certi signori che dicevano: vedete lo spread non scende, non era colpa di Berlusconi, ve l'avevamo detto? Sono trascorsi tre mesi  e siamo a più di due punti e mezzo di tasso d'interesse in meno rispetto a quel 581 di differenza dai Bund tedeschi decennali... un ammontare considerevolissimo, in così  poco tempo, per chi abbia almeno un'infarinatura dei mercati finanziari. E  chi lo ha provocato? E' successo da sé? Quei mentecatti che teorizzano la superiorità di un Nord che non conoscono, se non negli aspetti di degrado e di incultura, corrotti e corruttori, come emerso chiaramente dalle ultime vicende, comparse sui giornali, se mai vanno all'estero, ci vanno col cappello in mano, incapaci come sono di stabilire  quel 'ponte culturale' che consente il dialogo con gente diversa da sé, senza complessi di inferiorità o di superiorità... cioè da uguali. Ma ci vuole coraggio e questi ce l'hanno solo quando sono in branco o nei bar Sport delle zone degradate del Nord. Difficile poi comunicare quando non si padroneggiano le lingue. Il Monti, che abbiamo pur criticato in tempi non sospetti, ha una marcia in più rispetto ai molti 'nani e ballerine' che ci hanno rappresentato nei decenni a livello internazionale, non tanto perché si esprime nella koiné attuale ma perché capisce come ragionano gli interlocutori e quindi è in grado di far passare il messaggio: l'esatto contrario di un Maroni, che oltre a far dichiarazioni chiaramente razziste, da ministro, si fa per dire..., si lanciava in interpretazioni spericolate degli Accordi internazionali sottoscritti dall'Italia o del diritto comunitario, regolarmente smentito! Persino con Malta eravamo soccombenti, ricordate?  Ora il suonatore di pianola ci racconta che Terzi deve dimettersi perché il Paese non conta nulla... Sì, contava con lui, che nessuno ascoltava al di fuori del Varesotto!
Ci sono i solerti che si premurano di dirci che è ora di finirla di deificare il professore e che sui giornali americani non si è dato spazio alla sua visita, tutto sommato non così importante. Ecco dove casca l'asino. L'Italia è un'economia inferiore a quella della California, presa da sola... e chi è stato e ha lavorato negli Stati Uniti sa benissimo che in un paese così vasto l'attenzione per gli aspetti internazionali, al di là della stampa specializzata, rileva solo nella misura in cui impatta sulla politica interna. Cosa volete che interessi, fuori dai circoli politici di Washington DC o degli ambienti di Wall Street, la visita di un Presidente del Consiglio di un paese comunemente definito 'spaghetti' o 'mafiosi', da ultimo 'bunga bunga' (leggasi 'banga banga' in inglese...), membro del G7/G8 che conta ormai pochissimo grazie all'affermarsi del G20 e all'emergere dei Brics? A Washington DC c'è una visita a settimana di un primo Ministro di paese straniero e secondo i nostri esperti-mentori i mass media americani avrebbero dovuto dar lo stesso rilievo che hanno dato i giornali dello stivale? Perché mai? Eppure la visita è stata importante perché ha ricreato una fiducia che non c'era più verso il Paese. Come qualificare chi auspica il ritorno al Governo dei Brunetta, dei Bondi, di Nitto Palma che può finalmente andare in vacanza in Polinesia..., di Romani, di Scajola, delle girls, ‘tacco 20 e minigonne' (peccato che al tavolo delle riunioni internazionali contino di più le racchione che sanno quel che dicono...), del Frattini, già ministro degli Esteri, peso piuma, ancor oggi con un inglese pedestre, associato secondo i giornali al Bisignani..., o del coinquilino del deputato/finanziere Milanese, Ministro scrittore che ha trascinato l'Italia in questa situazione economica?
Imbecilli sono quelli che individuano le cause nella crisi internazionale, quasi fosse una calamità come la peste e non qualcosa che ha cause ben precise ed è determinata da comportamenti umani. Imbecilli sono, appunto, i parolai, cioè quelli che invece di individuare le cause, usano le parole in modo persuasivo ed insensato.
Altro comportamento idiota è quello di difendere le corporazioni che hanno sin qui bloccato il paese. Tornano le dispute di bandiera: l'articolo 18, peraltro quasi disapplicato, liberismo contro statalismo... Abbiamo già detto che non è un gran progresso se il capitale passa dalle mani di pochi privati a quelle di pochi politici come dimostrano le macerie tuttora visibilissime nel fattore umano dei paesi dell'Est, di cui la cancelliera Merkel, con la sua durezza e cocciutaggine è un visibile prodotto..., e che la produzione e la vendita non avvengono a comando..., come se fosse un'esigenza etica. Se le macchine di una casa automobilistica non si comprano perché sono un ferro vecchio, chi paga gli operai? Ma non si può neanche lasciare che il mercato si regoli da sé, come dimostrato dalla giungla finanziaria e dalla de-regulation all'origine della crisi, come ha riconosciuto, tardivamente, lo stesso Monti; peraltro, come Commissario Europeo al Mercato interno, incline al liberismo senza troppi ostacoli...
E' da imbecilli mantenere un sistema di finanziamento/rimborso dei partiti, inclusi quelli defunti, che consentono a scapito di noi tutti di comprarsi ville per la famiglia o realizzare in un giorno plusvalenze a seguito di una compravendita di immobili di diciotto milioni di Euro...
E' da imbecilli non capire che il vivere insieme comporta sacrifici equi per tutti e combattere il malaffare organizzato. La Storia mostra che gli stessi briganti, una volta conquistato il potere, han cercato di restaurare l'ordine. Se uno prende come modello un bordello...., difficilmente potrà governare un Paese senza che si scatenino disordini e guerre. Giustamente nel Medio Evo si definiva la pace Tranquillitas ordinis: se non c'è ordine nelle cose non c'è pace.
Chi non lo capisce è un imbecille: sono in tanti, ahimé!

sabato 11 febbraio 2012

LE PAROLE SONO PIETRE

 Rosa Elisa Giangoia

Le parole sono pietre, così Carlo Levi intitolava un suo libro di denuncia della situazione siciliana alcuni decenni fa, ma quest’espressione può essere colta in tutta la sua polisemia per dire che le parole devono avere un loro peso, una loro gravità, cioè una loro forza ed efficacia, quindi devono avere una corrispondenza biunivoca con la realtà, cioè con dei concetti e con delle cose. Oggi invece si fa un uso molto diverso delle parole, soprattutto da parte dei politici, degli opinionisti e di tanti altri che in situazioni professionali anche molto diverse fanno un uso strumentale delle parole. Sempre più le parole vengono usate con leggerezza, sfruttandone tutte le valenze semantiche, per cui vengono gettate verso gli ascoltatori, si scruta il loro effetto, subito pronti a cogliere la possibilità di modificarne il valore ed il senso, per dirottare altrove il discorso. Tutto questo vuol dire che dietro alle parole non c’è un pensiero, un’opinione sicura da perseguire, un’idea da realizzare, ma c’è solo l’attenzione all’effetto, il miraggio di raggiungere dei risultati a proprio vantaggio, attraverso il tentativo di provare ed eventualmente modificare o addirittura smentire in caso che si veda che il discorso non va verso dove si vorrebbe, adducendo sovente la scusa di essere stati fraintesi. Potremmo riprendere i versi di Emily Dickinson : "Alcuni dicono che / quando è detta / la parola muore. /Io dico invece che/ proprio quel giorno / comincia a vivere" (Silenzi: 1212). Ormai è sempre più diffuso questo orientamento verso una parola che appena detta «muore», perché, appena detta, si sa che la si può cambiare. Invece, se la parola è una “pietra”, se ha un suo intrinseco valore, appena pronunciata acquista tutto il suo peso, tutta la sua efficacia e vive nell’operatività. Come una pietra, infatti, una parola può colpire e lasciare il segno, sia in senso positivo che negativo, se dietro ad essa c’è un pensiero, un’idea. Ma dietro la parola ci deve essere una certezza: oggi le parole sono sempre più finalizzate a se stesse, sempre più svolgono unicamente una funzione fàtica, cioè non mezzo di espressione di un concetto,  non poggiano su  sicurezze, per cui servono a chi parla piuttosto che a chi ascolta. Infatti, come dice il Manzoni «Le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi», per questo, appena vengono pronunciate, si guarda all’effetto che fanno negli orecchi dell’interlocutore ed eventualmente si aggiusta il tiro… E così le parole diventano un eccesso, un fiume in libertà, perché chi molto parla, pensa poco, mentre l’importante è avere delle idee, degli obiettivi da raggiungere ed impegnarsi a perseguirli, perché, come dice Wittgenstein «Le parole sono azioni» e così devono essere. E’ attraverso la parola che noi delineiamo il nostro spazio interiore, il quale a sua volta costruisce la realtà esterna, in base alle nostre idee, purché queste ci siano nella mente … e purché si abbiano degli obiettivi da raggiungere.
Quest’uso capzioso e distorto della parola è anche quel che ci resta da oltre diciassette anni di degrado leghista, berlusconide e fascista che si è adagiato e ha incarnato la civiltà immagine/istante, senza futuro, senza fatica e senza criticità, come metodo: è un abissale narcisismo. Il punto di riferimento, il parametro di ogni cosa è il proprio piccolo io, che diventa smisurato e ridicolo: il conducator non accetta di esser piccolo di statura e allora porta i tacchi oppure vuol vivere fino a centovent'anni circondato da amici, servi, lenoni e teen agers.
Tutto è competizione per dimostrare che ciascuno  è il più bravo, il più furbo, salvo drogarsi per sfuggire al reale: troppa realtà l'uomo non la sopporta, diceva Aristotele. Ecco, le parole sono clave per imporsi - coi bei risultati a tutti evidenti...- non per esprimere il Vero.


domenica 5 febbraio 2012

Chi colpisce per primo, colpisce due volte

Carlo Biancheri

Così si dice a  Roma, manifestando una tradizione antica, intrisa di violenza: uomini de' panza... che tiravano fuori il coltello in fretta...
Il giorno dell'incoronazione di Sisto V, che ha ridisegnato l'urbanistica di Roma in pochi anni, il francescano ...conventuale, neo-eletto papa, non trovò di meglio che far giustiziare quattro briganti di Cori...
Così l'attuale sindaco di Roma, prodigo di promesse al tempo della campagna elettorale e dimostratosi  incapace nell'amministrare la città, ha seguito la tradizione romana attaccando la protezione civile, a freddo, per trovare un capro espiatorio alla sua insipienza.
Abbiamo letto in questi anni del suo pseudo-governo della città, tutto intento ad inseguire il sensazionale, come la storia dei lucchetti di Ponte Milvio (sono uno sconcio... ma il sindaco che ha tra i suoi elettori
dei minus habentes che, appunto, li attaccano, tirando giù in passato i lampioni per il carico eccessivo..., si oppone alla loro rimozione...) o le scorrazzate notturne per identificare le donne di vita e i clienti,
vestito da centauro, rigorosamente di nero... In compenso la violenza a Roma è a livelli gravissimi, le strade dissestate, il degrado diffuso: tavolini abusivi dappertutto, anzi, a Ponte Milvio, la via Flaminia
vecchia è stata ristretta per ampliare lo spazio dei locali, amici del nostro... immaginiamo... E cosa voleva fare all'EUR? Una pista di formula uno per rivaleggiare con Monza? E quali quartieri voleva abbattere? Tor Bella Monaca? Uhm... la cosa è sospetta...
Che è stato  fatto per la nevicata? Rigorosamente nulla. Ancora adesso, malgrado il sole di oggi, è pericolosissimo camminare per le strade ghiacciate. Dove sia stato sparso il sale è un mistero... E i suoi sostenitori taxisti, così efficienti, dove stavano venerdì e sabato? Senza catene poveretti? E il trasporto pubblico non funzionante? E gli ingorghi mostruosi con attese di otto ore sul raccordo anulare? No
grazie, avrebbe detto il sindaco, facciamo da soli... Forse, diciamo noi, se si fosse laureato un po’ prima avrebbe avuto il tempo di prepararsi meglio... e di non far pagare a tutti i cittadini romani i suoi errori!
La vita non è propriamente una partita di football come sembra pensar Lei, una performance... E' qualcosa di più serio...
Si legge sulla stampa che  per farsi rieleggere il sindaco si è  preoccupato di  far assumere parenti ed amici o ex picchiatori fascisti nei posti chiave delle municipalizzate...
Bene comune? Sì, se si dimette dopo l'ultima performance... senz'altro sì.
Ma la cosa peggiore della faccenda è, a mio avviso, l'arroganza, con cui Alemanno e la sua parte politica sovrastano la verità con la violenza (commissione d'inchiesta) al solo fine di salvare la propria pelle
(politica). Ed è anche grave che l'opinione pubblica si separi non in base a diversa valutazione dei fatti, ma in virtù dell'appartenenza o della simpatia (politica). In Italia è così da secoli; è per questo che l'elettorato per decenni si è immobilizzato nella bipartizione dc/pci: qualunque cosa questi partiti facessero, potevano contare sull'indiscriminata protezione del loro elettorato. Come sempre, il male è sì più grave quando si radica in alto, ma viene dal basso perché né Hitler né Mussolini, né Berlusconi né Cirino Pomicino, Alemanno sono stati imposti con le baionette, ma sono stati votati dal popolo sovrano.

giovedì 5 gennaio 2012

LA POLITICA E I SUOI TRAGUARDI

Rosa Elisa Giangoia

In relazione alle recenti vicende che hanno visto le dimissioni del governo Berlusconi e la formazione dell’esecutivo presieduto da Mario Monti, sarebbe stato necessario, in una corretta analisi politica, mettere maggiormente in evidenza come il governo Berlusconi sia stato nella realtà un fallimento, in quanto le promesse fatte in campagna elettorale, con il famoso “Patto con gli italiani”, dal milione di posti di lavoro a varie riforme, non sono stati assolutamente mantenuti, mentre si sono verificati altri fatti negativi in ambito economico che hanno portato l’Italia, come è stato detto, sull’orlo di un precipizio.
Nella concezione moderna, quella che facciamo risalire alle teorizzazioni di Machiavelli ne Il Principe, la linea politica si valuta in base ai traguardi che riesce a raggiungere partendo dagli obiettivi che si è posta: in questo sta la definizione stessa di politica, in quanto non può essere mera aspirazione, ma essendo l’arte di esercitare la prudenza, incentrandosi cioè sulla capacità di scelta adeguata ed appropriata dei mezzi rispetto ai risultati che ci si prefigge di ottenere, deve per definizione aver successo, altrimenti non è semplicemente cattiva politica, ma non è politica in quanto tale.
Anche il fatto che per la difficile situazione economica in cui siamo precipitati si invochino cause esterne, di portata internazionale, non torna certo a giustificazione di chi ci ha governato. Basta infatti rileggere il cap. XXIV sempre del Principe di Machiavelli, dove si ragiona di “virtù” e “fortuna”, per rendersi conto che, anche in questo caso, la “virtù”, in senso classico, tutta laica ed operativa, che noi potremmo rendere con “abilità”, avrebbe dovuto mettere in guardia contro la “fortuna”, anche qui classicamente vox media, nel senso di sorte, cioè di ciò che può imprevedibilmente succedere. Appunto, come insegna Machiavelli con l’efficace metafora del corso d’acqua a regime torrentizio, per il quale, quando è in secca, bisogna predisporre argini per fronteggiare le imprevedibili, ma sempre possibili piene, anche nella nostra recente situazione politica la prudenza e il discernimento stavano proprio nel predisporre per tempo quegli accorgimenti che potessero permettere di sostenere eventuali nuove difficoltà economiche (memori anche della crisi del 2008) con i minori rischi possibili.
Nulla di tutto questo è stato fatto. Perché? Più che per insipienza, ci sarebbe da dire per demagogia, per quella degenerazione populista della democrazia, che cerca di soddisfare i desideri del popolo, in questo caso sovrano con il suo diritto di voto, nell’immediato e nell’auspicato, escludendo processi complessi, prospettive più lunghe e decisioni che in qualche modo possano suscitare, anche solo in certi gruppi, malumori e dissenso..
Per queste ragioni il comportamento politico del passato governo non ammette giustificazioni, in quanto non si tratta di aver commesso qualche errore, di fronte al quale ci si possa scusare con il dire che qualche sbaglio lo fanno tutti, come si sente da parte di Matteo Salvini o Roberto Maroni, con un atteggiamento ammiccante all’elettorato. E’ questo un linguaggio sgangherato da bar Sport, ma che sottende una captatio benevolentiae ed un pressapochismo che generano molta confusione. Non si tratta di aver fatto qualche errore, si tratta di aver fallito nel considerare il nesso fondamentale su cui si regge la politica, fatto di progetti e di realizzazioni, ma anche di accortezza e di vigilanza continua, appunto nella dialettica tra “virtù” e “fortuna”.
Questo vuol dire considerare la politica dall’efficacia dei suoi risultati, pur senza cadere nel marxismo che fa della prassi il criterio di verità. Occorre però riconoscere che la prassi è uno dei criteri di verità, anche se non l'unico. Per questo, se uno fa sbagli in politica, vuol dire che la sua è una cattiva politica e che la sua visione è sbagliata perché non realizzabile in quel frangente storico. Che la prassi non sia il criterio per eccellenza con cui valutar la politica, ce lo insegnano molte posizioni e teorizzazioni al di là del marxismo, che, oltre tutto, vede un unico tipo di prassi, quello che attraverso la lotta del proletariato porta alla presa del potere da parte di questa classe. La storia ci ha insegnato quanto sia rischiosa questa strada e quanto facilmente possa degenerare in eccessi tirannici. Così come anche le teorie del Machiavelli che hanno come unico scopo il raggiungimento del potere da parte di un “principe” ed il conseguente mantenimento. L’agire politico deve avere altri intenti ed altri obiettivi, in particolare deve mirare al bene comune, che non è solo bene economico, ma qualcosa di molto più sfaccettato, per realizzare il quale è importante tornare a riflettere su Aristotele che insegna che «bisogna far sì, partendo dal bene di ciascuno, che i beni in senso integrale divengano beni di ciascuno».