venerdì 7 dicembre 2012

DE HAC NOSTRA PRAESENTI REPUBLICA

Una delle tante disastrose conseguenze dell’aver affidato il governo del Paese alla follia distruttiva della tecnocrazia europea e all’ingordigia delle banche, è quella di aver resuscitato Berlusconi, permettendogli addirittura di poter sfruttare la forza mediatica di cui dispone per riproporsi all’opinione pubblica come salvatore della Patria. Anche di questo dovremo ringraziare l’ “Europa”.
Luca Lodi

Attenti a non correr dietro ai luoghi comuni. L'Europa è una istituzione fatta di persone dove si affermano alla fine le proposte sostenute da chi ha più potere o quelle più sensate. Troppo spesso per decenni in Europa abbiamo mandato burocrati o incapaci, guitti e ballerine: avrebbero dovuto difendere gli interessi nazionali! Gli esiti sono dinanzi agli occhi di tutti .Anche se uno si sente qualcuno a Palermo, a Roma o Abbiate Grasso... per ciò stesso non acquista diritto di ascolto dai Finnici, dai Danesi, dagli Olandesi, per non parlare degli Inglesi. Questa è la realtà come il nostro enorme debito pubblico, come il fatto che nella pubblica Amministrazione centrale e negli enti locali si lavora spesso male e poco (la maggioranza...) con pochi controlli seri e molta corruzione. Chi fa politica normalmente? Chi vuol crearsi una posizione, non chi vuol servire... Quanto alle banche non esiste l'entità banche che agiscono di concerto: esistono banche più o meno grandi, alcune con molto peso in ambito nazionale ed internazionale: hanno creato la crisi e ne sono uscite quasi indenni in termini di responsabilità... L'agenda Monti è stata dettata dai mercati finanziari che non ci avrebbero prestato più un Euro (mica sono obbligati a farlo!). La gente parla di spread ma ancora non sa cosa implichi... Ogni volta che sale lo paghiamo tutti, nei mutui e in mille cose della vita quotidiana. Piaccia o non piaccia questa è la realtà e non se ne dà una diversa per quanto sia sgradevole. Ciò detto è il tono che fà la canzone e i tecnici sono inadempienti su alcuni provvedimenti che avrebbero potuto favorire lo sviluppo...
Carlo Biancheri


E’ chiaro che Monti non poteva fare di più di quello che ha fatto per risanare la situazione italiana, dopo vent’anni di malgoverno, ma è difficile capire perché Berlusconi che in ottobre diceva che Monti avrebbe potuto continuare anche dopo le elezioni a governare come presidente di centro-destro, essendo da sempre un liberale, ora l’abbia voluto far cadere e voglia ritornare lui al potere, cosa che è anche possibile che gli riesca grazie ad una campagna elettorale demagogica, piena di promesse, e giocata sullo spauracchio del comunista Bersani. Così avremo di nuovo una situazione in caduta libera con scarsissima credibilità in Europa e poi...????
Valentino Bellandi



E la Chiesa tornerà ad appoggiare Berlusconi? Bertone, che sembrava uscito di scena, ritornerà in campo per sostenerlo? O lo farà Scola da Milano, con ripresa di potere da parte di CL? Staremo a vedere: ci sarà da divertirsi!
Marco Pizzi


Liberalismo è una parola ambigua: era liberale Gobetti, Einaudi e si dice tale il piazzista: sono la stessa cosa? Non ci pare. Se si vuol dire che l'iniziativa economica privata deve esser libera, è un'ovvietà; lo dice la Costituzione, ma se si aggiunge che di conseguenza non ci devono esser limiti né controlli, è la giungla, quella che piace al circo delle amazzoni, nani e ballerine, come si diceva al tempo di Craxi... Certo la macchina burocratica dell'Amministrazione è ancora troppo borbonica, ma il Conducator non ci ha messo mano: si è interessato al potere, non al bene operare. Il problema è che questi signori, a forza di predicare sciocchezze con la prosopopea di Pericle, fanno sì che ci andiamo di mezzo tutti, affidati come siamo alle Minetti, alla famiglia Bossi e ai vari Frankestein che sentiamo ogni sera in tv: gli argomenti ricorrenti dei seguaci del capobanda sono: mal comune mezzo gaudio, abbiamo ben operato (ma chi credono di celiare?), troppe tasse, bengodi per tutti, stranieri cattivi e magari una canzoncina napoletana, sì pizza e mandolino, come dicono all'estero, un balletto in cene eleganti e via: il sogno s'avvera... Spero proprio che con la crisi prevalga il principio di realtà rispetto alla fuga, ma un'intera generazione ha perso la criticità. Ci vuole un umanesimo integrale... Quanto ai farisei, come li chiamava San Gerolamo(!), cioé la gerarchia, hanno di che pentirsi per aver sostenuto il piduista anticristiano e per aver portato avanti una teologia da baraccone tipo CL ma anche opificio. Volete comparare quelli che girano ora con uno Chenu, un Congar, un Pieper, Barth (ma non von Balthasar...), Sertillanges e quanti altri? Al massimo conoscono Platone e Husserl, come lo sciagurato Bontadini, stimato da Gentile(...), che ha stravolto San Tommaso... platonizzandolo! Che fare? La soluzione sta in noi, basta non esser conformisti.
Carlo Biancheri



E così ritorna Berlusconi e tutto andrà a catafascio! Lui farà una campagna elettorale dicendo che Monti con le tasse ha dissanguato le famiglie italiane, che lo spread non dipendeva da lui, che la disoccupazione cresce sempre di più, che Monti non è stato capace di migliorare la situazione, ma ha solo peggiorato le pensioni, poi si scaglierà contro Bersani dicendo che è un vetero-comunista, che farà tutto male e via dicendo e così è anche molto probabile che prenda un mucchio di voti e magari vinca pure. E tanto per far vedere subito com’è, si apre la strada  facendo cadere Monti prima che si faccia la legge che chi come lui è stato condannato (sperando che lo sia anche nei gradi successivi) non è candidabile e decade dall’incarico di governo. E allora cosa possiamo fare per evitare di tornare indietro e fare una figuraccia in Europa?
Giovanni Ventura


In un mondo di matti i savi sono reputati matti, dice Aristotele. Certo, se la maggioranza dei votanti è disposta a credere che Ruby (ora definita "sgradevole e maleodorante"...) è la nipotina di Mubarak, tocca forse abbandonare la città per protesta, come i monaci della Tebaide nei primi secoli dopo Cristo, perchè le città vivevano a livello istintuale, come più tardi dirà Agostino. Per quanto questa Italia sia resa più cinica dalla separazione tra il dire e il fare, specie in tempi di crisi della dimensione spirituale (ben fanno i vescovi a mettersi un copricapo che risale al culto del dio Mitra... roba da gnosi e immanentismo!) e di totale dimenticanza della morte e quindi del relativo, della nozione del tempo... No! si vuole un'eternità virtuale, come il piazzista con la lucidità mefistofelica vuol darci da bere... Per dire stop occorre fegato e capacità di rinuncia, anche con se stessi...
Carlo Biancheri

venerdì 30 novembre 2012

Sulle primarie del PD

Perché non dite nulla sulle primarie? pensate che sia tutta una sceneggiata taroccata e che tanto si sappia già chi sarà il vincitore, sostenuto con manovre ridicole sulle regole dall’apparato del partito? o piuttosto pensate che siano inutili perché continuerà Monti in quanto tutti (i politici) capiscono che sia l’unico capace di reggere la situazione a livello internazionale e quindi sia meglio lasciare a lui la grana di sbrogliare le matasse e continuare a fare cose anche molto impopolari?

Giovanni Ventura

Bisognerà fare una riflessione sulle primarie e sul linguaggio politico dei contendenti. Da una parte, un apparato autoreferenziale che non affronta veramente il reale con l'intento di modificarlo (il grande politico è colui che prende atto della realtà e che nel contempo cerca di cambiarla, scrisse "Le Monde" quando morì J.F. Kennedy); sembra esser caratterizzato da un approccio minimalista a fronte di un contesto incancrenito da 17 anni di mafia e di bunga bunga penetrato nel sentire comune... e da una sostanziale rassegnazione ed ignavia dinanzi a inefficienza, stupidità, pressapochismo. Dall'altra, una cultura da New Age con proposte flashing o del tutto prive di contenuto, svianti o irrealizzabili e soprattutto fondate su una logica machiavellica che non esita a barare sulle regole del gioco. Ci vuol altro che una brutta copia di un Blair qualunque per dare un nuovo afflato, un supplemento d'anima, diceva Bergson, alla gente... Questo è il contesto in cui siamo chiamati a scegliere: meglio cercare di lavorare sull'usato sicuro che su Bakugan...

Carlo Biancheri


Né Renzi né Bersani sono pienamente convincenti: Renzi dà l’impressione di uno che parla parla, ma poi cosa farà? a lui nuoce anche quel suo fare localistico, cioè quell’aria da macchietta toscana, che tant’è ci fa venire in mente se non proprio Calandrino, almeno i suoi amici Bruno e Buffalmacco, per cui dà sempre l’idea di uno che stia scherzando; Bersani ha soltanto una sottile vena di sanguignità romagnola, che appare ogni tanto, ma non lo definirei “usato sicuro”, perché quest’espressione si usa per automobili che hanno dato buona prova di sé e che sono poi state messe a punto con una seria revisione: lui, con i suoi amici che tornerebbero al governo con lui, non ha davvero dato molte buone prove di conduzione politica e non è che abbia fatto una gran revisione del suo comunismo, soprattutto ci sarebbe da dire che, caduto il comunismo, non è restato nulla.
 
Marco Puccini
 
 
Interessante commento. Va detto che come ministro dell'industria qualcosa fu fatto da Bersani e il clima al Ministero non era quello di cosche e di malaffare e di dirigenti 'improbabili'... riscontrato con altri ministri. I medievali (ma anche Aristotele) davano molta importanza alla prudenza che consiste nella scelta adeguata dei mezzi per raggiungere il fine, in un contesto dato: siamo, infatti, chiamati a scegliere ad ogni istante, anche tra usato sicuro e New Age. Francamente non crediamo proprio che il New Age sia un progresso rispetto all'usato che non ci farà certo correre le Mille Miglia...
 
Carlo Biancheri

giovedì 22 novembre 2012

IL TABLET A SCUOLA

   
Rosa Elisa Giangoia

      La promessa, fatta qualche giorno fa dal Ministro della Pubblica Istruzione Francesco Profumo in occasione del Salone Internazionale dell’Educazione di Genova, di fornire un tablet ad ogni studente ha suscitato, dato anche il notevole impegno economico che richiede, parecchie discussioni. Da quelle un po’ scontate che i fondi sarebbe meglio destinarli al ripristino degli edifici scolastici che hanno grossi problemi di manutenzione (è di ieri la notizia dello sgombero parziale di un liceo a Genova per ragioni di sicurezza), a quelle basate sui calcoli secondo cui i costi per le famiglie non sarebbero molto inferiori a quelli per l’acquisto dei libri di testo, alle osservazioni sulla preventiva necessità di dotare le scuole di buoni collegamenti in rete e di aggiornare gli insegnanti sull’uso proficuo degli strumenti digitali, alla fragilità dell’oggetto-tablet in mano ai ragazzi, ecc. ecc.
     Il discorso, però, va spostato su un altro piano di dibattitto. E’ ovvio, come ha detto lo stesso Ministro, che  la scuola italiana è di fronte a un passaggio epocale, che si può paragonare solo con quello avvenuto con Gutenberg, che ha portato dal libro scritto al libro stampato (ben analizzato nei suoi risvolti culturali da E.Eisestein in La rivoluzione inavvertita, Il Mulino, Bologna 1986). Le nuove tecnologie sono l’elemento fondamentale di questo cambiamento,  che non si può ignorare, da cui non si può tornare indietro, né tantomeno escludere dalla scuola, lasciando la tecnologia in mano ai giovani in modo casuale ed individuale.  L’importante però è avere ben  presente che le tecnologie sono solo un mezzo, per cui la questione fondamentale riguarda la cultura da fornire oggi a scuola, anche  grazie alle nuove tecnologia, con un ripensamento ampio e profondo, che proprio da questa nuova opportunità può essere favorito e messo in atto.
     Occorre anche tener presente alcuni aspetti che caratterizzano la realtà dei giovani che oggi frequentano la scuola: il progressivo allargarsi della licealizzazione che ha perso i suoi caratteri elitari sia sociali che culturali, la caduta delle acquisizioni di competenze tecniche, la sempre più ampia presenza di bambini e ragazzi provenienti da altri paesi.
    Tutto questo richiede un profondo ripensamento del che cosa e del come la scuola deve insegnare, perché solo così, non attraverso scorciatoie e semplificazioni, può avvenire quel rinnovamento che sappia fare della scuola la base umana e culturale di ogni persona.
    Il dibattito, a questo fine, dovrebbe essere ampio e articolato, con apporti di molte componenti e ricchezza di competenze.
    Il primo interrogativo che si pone riguarda il difficile bilanciamento tra materie umanistiche e formazione tecnico-scientifica. Soprattutto è da tener ben presente il fine della scuola, che non è quello di formare semplicemente dei lavoratori, bensì quello di creare degli uomini, sviluppando tutte le potenzialità possibili, per farne soggetti solidi ed equilibrati. A questo fine gli insegnamenti umanistici ed artistici costituiscono la base per la libertà e l’ autonomia di pensiero, per la creatività e la comprensione dell’altro.  Se l’insegnamento è unicamente finalizzato all’efficienza e al profitto nel lavoro, avremo forse macchine umane valide, ma poco libere e poco capaci di comprendere, ragionare, criticare, creare. Determinante è  imparare a confrontarsi con gli altri, con le fragilità proprie e altrui, saper evitare il conformismo e gli stereotipi, coltivare le capacità di dissentire e di assumersi delle responsabilità, formando i propri ragionamenti ed i propri giudizi in autonomia. Per questo la cultura umanistica è fondamentale, in quanto aiuta ad acquisire la capacità di astrarre, di porre dei dubbi, di superare le prospettive settoriali per più ampie visioni d’insieme. Le competenze tecnico-scientifiche devono rappresentare un bagaglio, sostenuto dalla duttilità mentale che permetta un continuo aggiornamento ed una costante capacità di continuare ad imparare per tutta la vita, indispensabile per i costanti e rapidi cambiamenti che sempre più avvengono in tutti i campi operativi. Per questo ed anche per il fatto che sempre più i problemi hanno portata mondiale e vanno affrontati con persone anche molto diverse, servirà quello che genericamente possiamo chiamare l’”umanesimo”, che sappia sostenere il sapere fattuale con la dialettica,  la sensibilità e la capacità di comprensione, con quella “finezza” personale ed intellettuale che solo il mondo dell’immaginazione e della creazione artistica sa dare.
        Messi a fuoco con chiarezza questi obiettivi da perseguire, allora i tablet possono diventare uno strumento importante, purché rimangano tali, cioè strumenti, capaci di fornire possibilità enormi e di aprire orizzonti sconfinati. Ma per questo non basta dotare dello strumento tecnologico gli scolari e gli studenti italiani, occorre creare percorsi didattici nuovi e validi, in cui il critico letterario, il filosofo, lo storico dell’arte ed altri ancora potrebbero diventare, insieme ai colleghi informatici e ai bibliotecari tecnologicamente preparati, protagonisti di veri e propri laboratori delle idee, laboratori virtuali, nella maggior parte dei casi, centri di formazione e diffusione del pensiero che, acquisito in modo più facile ed efficace  dai giovani,  possa dare un contributo stabile e duraturo alla vita del terzo millennio. Tutto questo, però, rischia di restare lettera morte se non si preparano in modo opportuno e completo gli insegnanti, se si continua a lasciare la didattica alla casualità, all’improvvisazione e all’attività individuale di docenti poco motivati per condizione economica e precarietà lavorativa, con conseguente perdita di prestigio e considerazione sociale.


domenica 7 ottobre 2012

Nave senza nocchiero in gran tempesta

Rosa Elisa Giangoia


Nell’opinione comune sempre più si impone l’idea che la democrazia sia un valore assoluto ed indiscutibile ed i media avvalorano il concetto che solo il volere della maggioranza, risicata o qualificata che sia, possa essere proficua per il paese, in quanto garanzia di legalità. Dobbiamo però ricordarci di aver imparato dagli antichi che anche la democrazia non è immune da degenerazione, per indicare la quale sempre gli antichi avevano individuato il termine “oclocrazia”. Anche se oggi questo vocabolo è quanto mai dimenticato, questa situazione è comunque storicamente possibile e si verifica quando i cittadini chiedono privilegi allo Stato e ottengono benefici a spese di tutti gli altri, ma, dato che la maggior parte fa la stessa cosa, si crea consenso e la situazione regge per un certo tempo. Naturalmente questo stato di cose non può durare e ad un certo punto si rendono necessari provvedimenti risolutivi. E noi ne sappiamo qualcosa…
             La soluzione che si è prospettata per noi è stata quella di una temporanea sospensione della democrazia, ricorrendo all’espediente di affidare l’esecutivo ad una squadra di “tecnici”. A queste persone, però, si potrebbe dare un altro nome, cioè “filosofi”, ovvero “coloro che sanno”, in una visione di complementarietà, in quanto, essendo oggi lo scibile sempre più ampio e complesso, si richiedono competenze settoriali specifiche, pur tutte ispirate al giusto e all’onesto. L’azione di governo di questa squadra è stata prospettata come temporanea, finalizzata a risolvere un momento di crisi, la cui soluzione in realtà, anche per una serie di concause internazionali, non pare così semplice e vicina come si poteva inizialmente supporre. Ed allora all’approssimarsi della scadenza elettorale si apre una situazione completamente nuova per la politica, soprattutto  per il vuoto lasciato dal fallimento delle ideologie del secolo scorso, che vanifica la contrapposizione degli schieramenti che per lungo tempo avevano avuto posizioni consolidate e fa emergere sempre più raggruppamenti intorno a personaggi dotati di capacità di aggregare consenso. In questa situazione  ci dobbiamo chiedere chi meglio potrebbe governare. Chi ha competenza e preparazione o chi, comunque sia, sa catturare consensi e viene eletto dal popolo? Il problema non è nuovo, anzi antichissimo, per cui per una riflessione personale proporrei la lettura di quanto Platone nella Repubblica (VI 488a) fa dire a Socrate: “Immagina che su molte navi o su una sola accada un fatto di questo genere: da una parte un capitano che supera per statura e forza fisica tutto l'equipaggio, ma è un po' sordo, ha la vista corta ed è provvisto di scarse conoscenze nautiche, dall'altra i marinai che litigano tra loro per il governo della nave, poiché ciascuno è convinto di dover stare al timone anche se non ha mai imparato l'arte della navigazione e non è in grado di indicare né il proprio maestro né il periodo in cui l'ha appresa, e per giunta sostengono che quest'arte non si può insegnare, anzi sono pronti a fare a pezzi chi dica il contrario. Essi stanno sempre attorno al capitano, pregandolo e facendo di tutto perché affidi loro il timone, e se talvolta riescono a persuaderlo altri invece che loro, li uccidono o li gettano giù dalla nave, e dopo aver reso innocuo il buon capitano con la mandragora, con l'ebbrezza o in qualche altro modo, si mettono al comando della nave consumando le provviste e navigano tra bevute e banchetti, com'è logico attendersi da persone simili. Inoltre lodano con i nomi di marinaio, timoniere ed esperto di nautica chi è bravo ad aiutarli nel comando usando sul capitano la persuasione o la forza, mentre biasimano come inutile chi non si comporta in questo modo; e non hanno neanche idea che il vero timoniere deve preoccuparsi dell'anno, delle stagioni, del cielo, delle stelle, dei venti e di tutto quanto concerne la sua arte, se realmente vuole essere un comandante, anzi sono convinti che, senza sapere né in teoria né in pratica come si guida una nave a prescindere dal volere della ciurma, sia possibile imparare quest'arte nel momento in cui si prende in mano il timone. Se sulle navi accadessero fatti del genere, non pensi che il vero timoniere sarebbe chiamato dall'equipaggio di navi così combinate acchiappanuvole, chiacchierone e inutile?» «Sicuro», rispose Adimanto.
«Pertanto», proseguii, «credo che tu non abbia bisogno di analizzare l'immagine per capire che raffigura la disposizione delle città nei confronti dei filosofi, ma comprenda le mie parole».       

         Meditare su questo testo, in cui si vuole criticare la pratica politica esistente nell’Atene del tempo, dominata dai retori e dai sofisti, il cui sapere consisteva esclusivamente nell’arte di manipolare il popolo, qui rappresentato dal capitano, non cattivo, ma debole, sordo e miope, sarà senz’altro utile in vista delle prossime elezioni, quando dovremo stare attenti a scegliere non chi sappia facilmente convincere, ma chi sappia guardare lontano, al di là della nave e delle sue relazioni interpersonali. Questi sono naturalmente quegli “ottimati” (non i filosofi “acchiappanuvole”!) a cui Platone (e con lui Cicerone e molti altri nel corso dei secoli) vorrebbero affidare il governo, che non rappresentano un’aristocrazia per nobiltà di nascita o superiorità di censo, ma persone dotate di elevatezza intellettuale ed onestà morale. Deve trattarsi di uomini e donne in possesso del vero sapere, ma anche capaci di risultare convincenti per raccogliere i consensi degli elettori, ai quali dovranno rispondere nel caso la loro azione non risulti fruttuosa ed utile alla collettività. Attenzione a non identificare questi saggi col governo dei professori, che hanno pur avuto il merito di far sloggiare i saltimbanchi e le ballerine, oltre ai licantropi del Nord. Questa scelta 'elitaria' richiede che ci siano come termini di riferimento  dei limiti che sono quelli stabiliti dalle Costituzioni e che si ancorano, nei paesi europei almeno..., al rispetto del quadro istituzionale e soprattutto ai diritti fondamentali della persona umana universalmente riconosciuti.
              E’ solo il voto di tutti i cittadini che può determinare queste scelte, di qui la necessità di ri-affezionarsi alla politica, di educare in primo luogo i giovani ad una scelta consapevole, oltre all’obbligo per tutti di affrontare il voto con serietà e ponderazione, sempre sperando che la nuova legge elettorale dia agli elettori maggiori poteri reali di scelta! Ma... dove sono i plotoni di volontari preparati ad insegnare ai Renzi e ad altri giovani aitanti la criticità a proposito della faciloneria nelle proposte politiche, della politica spettacolo, e ai giornalisti la voglia di approfondire i problemi e non solo di cercare il sensazionale ad ogni costo?



lunedì 27 agosto 2012

DOVE VA L'EUROPA?

Carlo Biancheri

Si fa molto parlare e scrivere su come uscire dalla crisi europea: le 'autorità' - si direbbe in linguaggio medievale - nell'Italietta contemporanea favoleggiano di una Europa federale, mentre l'astuta ragazza della Germania dell'Est, Merkel, fa baluginare col suo Ministro delle Finanze (la cui faccia  ricorda espressioni sinistre, già viste nella seconda Guerra Mondiale...) una non meglio precisata riforma dei Trattati europei. Tutti i commentatori, come già avvenuto per  i mercati finanziari, si esprimono senza incertezze, peraltro disponendo solo di vaghe conoscenze del meccanismo dell'Unione Europea e, anche, dei termini del problema.
Siamo lontanissimi dal periodo in cui a Bruxelles avevamo  Rappresentanti Permanenti assai ascoltati  in Coreper (la Segreteria del Consiglio), se non Ministri  nel Consiglio stesso. I nostri tecnici al Governo, dei giganti al confronto di chi li ha preceduti, erano già a Bruxelles all'epoca, ma non brillavano per inventiva (al di là delle famose decisioni sulla concorrenza); erano piuttosto inclini ad un atteggiamento burocratico: Question sur la méthode...si direbbe. Quando le idee scarseggiano, si segue la procedura...: la campana del convento suona tutti i giorni per la mensa, anche in tempi di crisi, e così si ripete quel che è stato tramandato, senza vissuto o valore aggiunto.
A nostro debol parere, per usare una espressione dei Promessi Sposi, un mattone, come lo ha definito il Bossi -il vate condannato con sentenza passata in giudicato, intendo, non il trota (quante ragioni ha Dante a ricordare: “Fatti non foste a viver come bruti...”) - andrebbero considerati i seguenti aspetti che non vediamo mai citati dai commentatori.
1. L'equilibrio europeo è un equilibrio delicato. Era più facile costruire una comunità europea dopo la tragedia della seconda Guerra Mondiale e i tedeschi, all'epoca, avevano solo bisogno di solidarietà. Le varie riforme dei Trattati, da Maastricht in poi, hanno rappresentato piuttosto una velleità per la macchinosità della costruzione istituzionale, del tutto priva di  aderenza alla realtà. L'Unione è composta di popoli diversi, con tradizioni contrastanti, popoli che poco si amano: si ha l'impressione che stiano insieme per necessità più che per scelta. La fraternità massonica e il diktat americano hanno portato ad allargare l'Unione troppo presto. L'adesione del Regno Unito, seguita dai Paesi scandinavi, ha segnato l'inizio della trasformazione europea in un'area di libero scambio e non di una Unione, con normativa comune ed istituzioni comuni. Le direttive comunitarie, anche quando venivano trasposte in ambito nazionale, lo erano in modo impreciso e contrastante da Stato a Stato, anche quando correttamente adottate (il Granduca del Lussemburgo, per anni, nel suo Granducato di 350.000 persone... ha semplicemente copiato il testo delle direttive..., salvo quando c'erano opzioni...), mai veramente attuate per la mancanza di controlli e di sanzioni adeguate e armonizzate. Per ovviare a ciò, nel settore dei servizi finanziari, il cuore del mercato interno, si è elaborata  la procedura Lamfalussy, che si proponeva di eliminare normative nazionali aggiuntive ed armonizzare le prassi di vigilanza e le sanzioni; c'è stata così una cessione di sovranità a favore degli organi di controllo comunitario, a scapito di quelli nazionali, col risultato di portare parzialità in sede comunitaria invece che armonizzazione e indipendenza. Tipico esempio è l'organo di controllo sulle borse, l'ESMA, dove per scelte politiche..., duce il Commissario Barnier, l'Executive Director è un'inglese/tedesca, messa lì per non disturbare la City e Francoforte. La prova provata è il comportamento timido dell'ESMA e le rispostacce alla Consob in materia di Agenzie di rating che ESMA dovrebbe vigilare...
Allo stesso modo l'allargamento dell'Unione ha attenuato le capacità di controllo e l'elaborazione comune mettendo insieme situazioni troppo diverse.
2. Storicamente l'Italia ha avuto il ruolo di ago della bilancia nell'ambito dei quattro grandi. Era anche un membro determinante del cosiddetto Club Med (Francia, Belgio, Italia e. solo in seguito, Spagna e Portogallo), che tanto peso ha avuto nell'elaborazione delle norme e prassi comunitarie. Ma le istituzioni le fanno camminare gli uomini e noi per oltre quindici anni siamo stati guidati  da un populista con background da piazzista, che prometteva 'liberi tutti' da tasse e doveri e l'arricchimento collettivo: le ragazze erano invitate a trovarsi un ricco per risolvere i loro problemi, la malavita faceva affari, la legge era allegramente violata da quelle che poi furono definite cricche che comprendevano anche cardinali, seduttori di seminaristi e coristi delle cappelle pontificie. A Bruxelles si andava con un occhio alla rassegna stampa nazionale, mica per affrontare i problemi europei. L'astuta ragazza dell'Est europeo, cresciuta sotto il fascismo rosso di Honecker, con la complicità di un cane sciocco franco/ungherese, del tutto digiuno della Storia e del ruolo della Francia, Napoleone a parte..., ne ha approfittato per smantellare la Commissione Europea, già indebolita dalla gestione pessima del lussemburghese Santer. Ha messo a capo un portoghese prodigo di parole, esperto in niente e sempre pronto a ricevere ordini dai forti. La ragazza era  ben lieta che il  vice Presidente italiano della Commissione fosse un uomo di peso come il giornalista della cronaca di Roma Tajani, berlusconiano di ferro o uno come Frattini che imparò un inglese stentato quando era commissario europeo. Il Governo italiano esprimeva posizioni umilianti. Non parliamo poi del  Ministro dell'Economia e delle Finanze, l'inquilino del caro amico finanziere Milanesi, che teneva i conti a posto (diceva lui...), ma che si è ben guardato da proporre riforme qualsivoglia per metter seriamente mano al debito pubblico che è anzi cresciuto! Ci ricordiamo ancora delle sue cartolarizzazioni e dei numeri che dava e delle teorie sulla globalizzazione che falsa il mercato a cui, sia detto per inciso, lui non si è mai opposto quando poteva farlo nel negoziato GATS, da ministro... Questa assenza dell'Italia dalla scena europea ed internazionale è durata troppo a lungo e ha favorito un'immagine disastrosa. Sono mancate proposte di mediazione, storicamente appannaggio dell'Italia (la teoria del mercato interno fu Craxi a farla passare a Milano nel 1985). La truffa Parmalat poteva costituire per l'Italia l'occasione per buttare sul piatto  delle discussioni internazionali la necessità di regolamentare la finanza, giacché vi erano coinvolti i maggiori intermediari internazionali che hanno poi patteggiato con Bondi per più di un miliardo e mezzo di Euro... Eravamo nel 2003. Risulta che sia stato fatto alcunché? Quanto tempo e quali uomini ci vorranno per ridare credibilità al Paese in quelle sedi?
3. L'assenza di un equilibrio tradizionale nell'Unione, grazie alle sparate dei vari Berlusconi, Aznar, poi Sarkozy nell'era dell'ex alcolizzato Bush (...) ha generato un nazionalismo che non esisteva nella costruzione europea e in Germania la consapevolezza del predominio, dopo aver beneficiato dell'aiuto comunitario nell'unificazione tedesca. La ragazza ha nominato a capo della Bundesbank un saccente quarantenne che ha fatto il suo apprendistato in apparati burocratici come l'FMI o il gruppo degli Sherpa per gli inconcludenti G20, oltreché nella Banca Centrale del Rwanda... (alla Banca di Francia era uno stagiaire).Si può comparare il giovanotto con un Tietmayer? Nei Paesi dell'Est, il Capo fa quel che gli pare e la ragazza ha deciso di metter a capo di un gruppo di fanatici (bisogna aver parlato con i dirigenti della Bundesbank..., la prima impressione è quella che ci sia necessità di avvalersi di uno psichiatra) il giovanotto che fa il politicuccio e che rispetto a quel che sa Draghi è uno studentello. Risultato disastroso. A questa situazione pregiudicata dove alla ragazza, che non conosce i problemi, ma è un'opportunista politica pura, non si può rispondere né con le mediazioni datate di Monti né con le teorie dei liberisti che propongono un'Europa federale. Chi lo propone ha mai parlato a un danese? a un finlandese? a un cipriota? e... a un inglese? Tutti insieme appassionatamente? Non è il caso di esser tanto ambiziosi...
4. Forse la via, più modestamente, è quella di far proposte pragmatiche nella consapevolezza che i tedeschi non hanno mai proposto alcunché per quanto attiene all'armonizzazione comunitaria, ma si sono sempre adeguati alle proposte altrui (che prima venivano dalla Commissione, ora  inesistente...) all'ultimo momento dell'ultima ora. La sola arma dell'Italia è quella di minacciare di far saltare anche il mercato interno se l'Euro non è difeso in modo equo (Visco ha ragione da vendere sullo spread, frutto della speculazione che va veramente combattuta). Se salta il mercato interno non danneggia anche noi? Forse ma non ci sono amici, bisogna prenderne atto:...à la guerre comme à la guerre...