sabato 18 febbraio 2017

PANE AL PANE

Secondo me questa ventilata scissione del PD è una sceneggiata che fanno tutti d’accordo tra di loro nel partito, per far finire il paese in mano al M5S, perché non sanno più come fare per risolvere i problemi dell’Italia, così se ne lavano le mani e se l’Europa metterà delle regole dure se la vedranno i 5S, mentre loro si godranno le prebende in parlamento senza più problemi... e noi poveretti ne porteremo tutte le conseguenze.

Federico Sorrento


Risponde Carlo Biancheri


Lo abbiamo già scritto: lo scenario è desolante in questo paese e chi guida sembra del tutto inadeguato al ruolo che svolge e non ci riferiamo  ai dilettanti/fai da te  in politica della setta, ma all’intero arco costituzionale, perché non si percepisce la capacità tecnica né il senso di responsabilità di fronte ai problemi rilevanti che l’Italia deve affrontare subito.
Nel PD, che non è mai stato un vero partito, perché le due anime non si sono mai fuse – se uno resta convinto che la lotta di classe sia la chiave della Storia e che la democrazia sia semplicemente una fase tattica in vista della conquista del potere, come può accordarsi con chi mette al centro il primato della ‘persona’, il rispetto per la sua dignità, la realizzazione della giustizia non solo commutativa (a tutti lo stesso) ma anche distributiva (a ciascuno secondo il merito e le esigenze specifiche:  sul punto rinviamo ad Aristotele nella più volte citata Etica a Nicomaco, Aristotele che Marx stimava…, ma quelli della sinistra PD non sono al corrente di queste cose…)- ; da una parte abbiamo una vaga ispirazione ad un laburismo blairista che ha fatto sufficienti danni con guerre improvvide ed una liberalizzazione non governata, non guidata nelle sedi internazionali, come gli accordi OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) od OCSE (Organizzazione per lo Sviluppo Economico), in quanto disegnata a beneficio delle grandi imprese multinazionali; dall’altra abbiamo gente come il nobile Governatore della Toscana Rossi, uno dei capi della rivolta, che legge la Costituzione italiana così: la Repubblica è fondata sul lavoro, ergo tutti hanno diritto ad avere un lavoro ed una giusta retribuzione che consenta una vita dignitosa. Si, ma… se non c’è lavoro? E la legge del mercato, la domanda e l’offerta? Le imprese lavoreranno in perdita o si nazionalizzeranno i mezzi di produzione? Le imprese pubbliche hanno dato sin qui buona prova in tutto il mondo? Non sono per caso passate dalle mani di pochi privati a quelle di pochi appartenenti alla Nomenklatura (o da noi a certe combriccole… come in  IRI, ENI, nelle partecipate degli enti locali e compagnia cantante…)? E perché in Cina cambiano? Per caso per timore dell’insurrezione per fame nelle campagne? Vogliamo fare un’analisi della situazione attuale in un paio di paesi Est-europei come Polonia e Bulgaria per capire come è andata? Siamo pronti.
Perché tutto deve ridursi a sceneggiata, a grida in questo paese e non c’è mai una riflessione meditata? Certo stiamo faticosamente uscendo da una crisi epocale, causata dalla finanza de-regolamentata dei paesi anglosassoni che per decenni si sono opposti ad ogni forma di regolamentazione e controllo, Stati Uniti inclusi – per gli ingenui…- in quanto anche loro hanno le Self Regulatory Organizations come il Nasd che non fanno quasi mai l’enforcement, cioè applicano sanzioni…, crisi poi trasformatasi in  economica e ora l’impatto delle nuove tecnologie che diminuiscono i posti di lavoro, le migrazioni bibliche e le guerre, il terrorismo.
Invece di lanciare accuse sul piano personale, specie quando non si sono sufficientemente elaborate le problematiche, non sarebbe meglio scontrarsi sulle soluzioni da dare ad alcuni problemi del tipo di quelli sopraenunciati? Invece sui grandi temi, tutti allineati e coperti: la NATO non si discute… ma Trump la mette in discussione e dice: difendetevi da voi… L’ Europa è una realtà irreversibile, si ma come starci dentro?Senza italiani in posti chiave nella Commissione ed in Consiglio? O meglio quei pochi che ci sono si mimetizzano e non favoriscono l’Italia come fanno invece tutti gli altri con i loro paesi? Problemi antichi, direte… ma sempre irrisolti.
Dopo diversi lustri di una società permissiva, edonista, fatta di immagini e di narcisismo perché mai occorre sacrificarsi?
La giunta Raggi a Roma è paradigmatica: si fanno pasticci? Si dà la colpa agli altri, come insegnavano i nazisti al momento della conquista del potere. Del resto una bugia ripetuta mille volte diventa una verità, o no?
Vorremmo le proposte da discutere, le persone vengono dopo. E’ chiedere troppo?

venerdì 10 febbraio 2017

UN SANO MENEFREGHISMO


Carlo Biancheri


Ci ha fatto uno strano effetto sentire dal papa Francesco l’elogio del  “sano menefreghismo” degli italiani per sopportare il male della corruzione che imperverserebbe in Vaticano.
L’osservazione sull'atteggiamento italico è un “centone” tipico degli stranieri che non conoscono bene lo Stivale e pensano che sia omogeneo, interamente classificabile con la pizza ed il mandolino ed il “tira a campà…”. Nelle terre gianseniste (i cattolici calvinisti per intenderci…) del Nord Italia, come Liguria e Piemonte, prima dello spostamento di intere popolazioni dal Sud, usare un’espressione come menefreghismo era una stranezza, giacché la vita era considerata un compito duro che comporta di rimboccarsi le maniche ad ogni istante… Non è neppure un’espressione molto in uso nelle Venezie (non parliamo del Friuli…) e neppure in Lombardia, men che meno nella Bergamasca, e financo in Emilia.
Lo sapevano bene i massoni/carbonari che hanno unificato l’Italia quando facevano dire al loro re caricatura: abbiamo fatto l’Italia, adesso bisogna fare gli italiani. E già gli italiani che non sono i romani – e anche qui …tempo fa si diceva che Roma è la seconda città siciliana dopo Palermo- e questo gli stranieri non lo capiscono proprio: senza alcuna valutazione di merito, sarebbe come sostenere che un parigino ed un marsigliese sono la stessa cosa.
Mussolini usava il “me ne frego”, ma stava a significare la sua mascolinità,  la sua virilità,” così ben descritta da Gadda che ne ha analizzato il linguaggio priapeo.
Non è una gran trovata considerare il “sano menefreghismo” come segno di saggezza, di distacco, tanto più che se il papa è al corrente che c’è corruzione in Vaticano, essendo un sovrano assoluto, perché non vi pone mano? Deve licenziare tutti? Perché no? Vada a vivere a  Guidonia ed i credenti capiranno, del resto Celestino V…
Temiamo che questo linguaggio lasco ed approssimativo tradisca in realtà un certo provincialismo sudamericano che  porta a considerare, per esempio, tra gli intellettuali cattolici la teologia tedesca come “superiore”; negli anni in cui furoreggiava la teologia della liberazione ricordo intellettuali famosissimi parlare con molto rispetto di quel che si elaborava in centro Europa, quasi che nel Nuovo mondo non si disponesse dell’acribia necessaria ad affrontare certi temi ... Noi leggiamo i testi e gli autori e decidiamo con la nostra testa, senza alcun timore reverenziale e senza troppo nasconderci dietro l’argomento di “autorità” medievale. La teologia della scuola di Tubinga ha messo Hegel al posto di Aristotele, ma, finalmente, col relativismo ed il soggettivismo imperante che porta al nulla, abbiamo capito che l’idealismo tedesco ha fatto il suo tempo. I cattolici di professione no. E già, perché, se non lo sapevate, ci sono certi laici, magari sociologi o laureati in legge che insegnano liturgia negli Atenei pontifici che si avventurano in campi teologici ad un livello tra il divulgativo ed il giornalistico, propalando le ultime idee correnti come verità. Se noi leggiamo i Padri o testi come la Regola di San Benedetto, non troviamo mai qualcuno che scriva per difendere le proprie opinioni: si affrontano i problemi con umiltà, con argomenti non per prevalere sulle idee altrui, come fanno certi storici della religione/giornalisti che affrontano problemi teologici quasi si trattasse di propaganda. Un esempio: l’adulterio è intrinsece malum? Non diciamo sciocchezze e la soggettività dove va a finire? Ma… lo dice Aristotele che cristiano non era… nell’Etica a Nicomaco, suo figlio, tanti secoli prima di Cristo… Su quali argomenti? Perché fermarsi alla prima osteria e all’impeto passionale e non approfondire? Si capisce che i gesuiti siano una Compagnia guerresca, ma allora si comprende anche perché il secondo Apostolo di Roma, San Filippo Neri, non ci sia mai voluto entrare.



lunedì 6 febbraio 2017

IN 600 CONTRO LA SCUOLA


Rosa Elisa Giangoia

La lettera che hanno scritto i 600 docenti universitari sulla inadeguatezza della conoscenza della lingua italiana da parte degli studenti universitari è la denuncia  della grave incapacità del nostro sistema scolastico di fornire a tutti competenze adeguate ad un uso attivo e passivo della lingua madre, requisito base per accedere a tutte le altre conoscenze e competenze, sia di ambito umanistico che tecnico-scientifico, per cui la scuola dovrebbe farsi carico di portare tutti ad un adeguato livello.
Testo interessante, ma poco efficace, per il fatto che constata un fallimento, ma non ne affronta le cause e non propone nessuna strategia che possa risolvere o almeno migliorare la situazione.
Se basso  è il livello di quanti accedono all'Università, è facilmente immaginabile quale sia quello di chi ha completato l’obbligo scolastico a 16 anni o anche di tutti gli altri che, magari, pur avendo studiato fino alla maturità, non hanno voglia o opportunità di proseguire, anche se oggi l’Università continua spesso a ricoprire il ruolo di “parcheggio” per i giovani, data la grande difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro per la fascia 18-25 anni.
La denunciata scarsa conoscenza della lingua italiana ha origini e cause lontane e complesse, cause nei confronti delle quali la scuola deve prendere consapevolezza del  proprio fallimento.
Per analizzare il problema occorre tracciare un minimo di retrospettiva storica.
Fino agli anni Settanta del secolo scorso accedevano agli studi medio superiori davvero solo “i capaci e i meritevoli”, raramente sostenuti da quegli aiuti che la Costituzione prevedeva, quasi sempre grazie ai sacrifici dei genitori che si impegnavano per dare maggiori opportunità ai figli. Si trattava, però, di ragazzi motivati nello studio, con buone capacità e determinazione, sostenuti anche dall'idea che quegli anni di impegno nello studio avrebbero poi consentito loro occasioni di lavoro adeguate nella vita. 

In questi casi la difficoltà dell’apprendimento della lingua italiana era per lo più dovuta alla persistenza dell’uso del dialetto nell'ambito familiare e sociale, quindi con diversificazioni regionali, ma abbastanza facilmente individuabili e superabili.
In seguito, grazie anche alle migliorate condizioni socio-economiche del nostro paese, la frequenza agli istituti medi superiori è diventata progressivamente sempre più ampia, con diversificazione sociologica degli studenti, caduta dell’uso dei dialetti, forte aiuto della radio e della tv per il progressiva diffuso  miglioramento dell’uso della lingua. Ma, nello stesso tempo la scuola ha iniziato la sua rapida discesa, con gli snodi determinanti della semplificazione dell’esame di maturità e dell’abolizione degli esami di riparazione, che hanno portato all'accettazione di lacune disciplinari, non essendo possibile per ragioni economiche compensarle con adeguati corsi di recupero. Questo ha creato un ulteriore abbassamento del livello con promozioni  per voto di consiglio (per i non addetti ai lavori vuol dire far diventare sufficiente un’insufficienza anche grave in sede di scrutinio) quando la scuola non era in grado di provvedere didatticamente.
Nel frattempo i vari Ministri della Pubblica Istruzione di sinistra e di destra che si sono susseguiti nei decenni hanno dato i loro negativi contributi con scelte inopportune che sono iniziate con la liberalizzazione degli accesi universitari dettata dalla demagogia pseudomarxista  di uno poco  equilibrato come  Donat Cattin  (lui stesso non laureato) e sono proseguite  con le sperimentazioni mai verificate, con i corsi di aggiornamento per insegnanti “fai da te”, con il cambiare i nomi degli istituti tecnico-professionali, facendoli diventare tutti licei (da quello della Panificazione a quello della Moda!), dando eccessiva enfasi alle famose tre “i” (impresa, informatica, inglese) e nello teso tempo, rendendo le classi più affollate, demotivando i docenti con l’eccessivo precariato, eliminando la continuità didattica.
Tutto questo ha trasformato la scuola in un sempre più lungo e affollato parcheggio per giovani, sempre più diversificati  anche per l’accesso degli immigrati di lingue e culture molto differenti, giovani che non sempre accedono alla scuola con seria motivazione e determinazione, ma piuttosto per l’obbligo fino a 16 anni (sulla cui organizzazione e offerta ci sarebbe molto da dire!), e poi per mancanza di alternative, sovente sfiduciati per la consapevolezza che, usciti dalla scuola, non avranno una condizione lavorativa adeguata.
Di fronte a tutto questo ci sarebbe voluta una seria politica di rielaborazione della didattica funzionale alla realtà, mentre tutto è affidato alla buona volontà e alle capacità d’iniziativa degli insegnanti (i meno pagati d’Europa!). Sarebbe stato importante ricordarsi della Lettera a una professoressa e della Scuola di Barbiana di don Lorenzo Milani, per capire che non è un buon criterio quello di abbassare la qualità  nell'assunto che non tutti possono accedere... Infatti la Scuola di Barbiana è stata un esempio dell’importanza di  legare l'istruzione alla vita (quella degli emarginati), ma nel contempo dell’attenzione a mantenere la qualità  dell' insegnamento. Riprodurla su larga scala, sarebbe stato molto, molto costoso…
Gli ultimi interventi nella scuola hanno visto diminuzioni di ore di insegnamento di Italiano e di Latino nei licei classici e scientifici, quindi provvedimenti non certo utili ad un miglioramento delle conoscenze della lingua italiana da parte dei ragazzi, anche se per chi esce da questi due tipi di scuola la tenuta è ancora buona. Il problema si pone per tutti quei ragazzi diplomati in licei tali solo di nome, nonché negli istituti tecnico-professionali, tutti con possibilità di accedere a qualunque facoltà universitaria. Ragazzi con scarsissimo retroterra di cultura familiare, non abituati alla lettura e all’ascolto della radio, spettatori di tv spazzatura, ghettizzati  in ambienti periferici autoreferenziali, privi di contatti con altre agenzie educative (tramontati ormai gli oratori e le scuole di partito!), frequentatori dei social, con l’unico contatto culturale rappresentato dalla scuola, incapace di fronteggiare bisogni educativi di massa e di far corrispondere le valutazioni ai livelli reali di apprendimento.
Come risolvere la situazione? La risposta sembrerebbe ovvia: eliminando il lassismo dilagante nella scuola italiana, ponendo delle barriere per cui chi non ha acquisito conoscenze e competenze sufficienti non va avanti fino a quando non ha adeguatamente colmato le sue lacune, per raggiungere il quale obiettivo la scuola dovrebbe metter in atto strategie efficaci, naturalmente con impiego di risorse.
Purtroppo l’andazzo sembra opposto: le prime iniziative del neo-ministro Valeria Fedeli vanno in tutt'altra direzione. Innanzitutto dal 2018 si abolirà la terza prova dell’esame di maturità, che almeno obbligava gli studenti a studiare alcune materie, tra cui l’Inglese, sempre presente, poi si verrà ammessi all'esame di maturità anche con insufficienze in alcune discipline, purché la media (a cui concorrono anche Educazione Fisica e Condotta) sia sufficiente. Non sarà raro, lo prevediamo con cognizione di causa, che studenti con l’insufficienza in tutte le materie vengano ammessi avendo 10 in Educazione Fisica e Condotta!
Viene da chiedersi perché tutto questo. Non ricorriamo all'antica presunzione del sovrano che pensava che fosse meglio l’ignoranza del popolo così lui sarebbe apparso colto, pensiamo che la ministra Fedeli, priva di un diploma di maturità quinquennale, tema che l’esame lo facciano sostenere a lei!

A questo punto la salvezza potrebbe venire solo dai docenti universitari che dovrebbero stabilire rigorosi esami di verifica delle conoscenze e delle competenze per l’accesso a tutte le facoltà. Abbiamo seri dubbi che questo accada: il Ministro della Pubblica Istruzione è anche Ministro dell’Università e della Ricerca Scientifica…

sabato 4 febbraio 2017

SE QUALCUNO MI HA INTESTATO UNA POLIZZA ASSICURATIVA,PER FAVORE, ME LO DICA!


Carlo Biancheri


Confesso che spero sempre o di vincere alla lotteria di Capodanno o di avere un giorno un bel gruzzoletto inaspettato, per questo ho appreso con qualche invidia che il famoso sindaco di Roma, Avv.ssa Raggi, votata a furor di popolo per un cambiamento purchessìa…, ha appena saputo di esser la beneficiaria di due polizze assicurative, stipulate a sua insaputa. ’Sono sconvolta. Chiedo a chi ci ha messo i soldi di cambiare il beneficiario…’. Confessiamo che per libera associazione di idee ci viene in mente il caso di chi ha comprato casa per un prezzo, essendone stato pagato un altro ‘a sua insaputa’. Ma per quale motivo  Romeo lo ha fatto? Capisco che non sia un reato… (ipotesi di…, allo stato…) ma anche io sono stato stimato da alcune persone che non mi hanno, però, mai intestato una polizza!
Spero tanto che un giorno questo mi accada e neppure conosco gente che sia caduta in una disavventura del genere. La giovane Sig.ra, leggiadramente, non rileva alcunché di strano, così come quando riferiva che il Marra, attualmente in carcere, era  solo uno dei ventitremila dipendenti del Comune di Roma, come dire… ’chi lo conosce?’, o che la nomina della Muraro ad assessore è stata un errore…, o che i cittadini romani avrebbero dovuto pronunciarsi  sulle Olimpiadi, anzi no, non sono una priorità… Insomma, stiamo lavorando e lasciateci lavorare! Dopo tutto ho il sostegno di Beppe Grillo… Caspita! Di Beppe Grillo! Il pifferaio magico di Sant’Ilario, capace di catalizzare dietro di sé una folla di irosi, in grado di distruggere sì, ma non di costruire, quel Grillo dell’alleanza con i razzisti di Farage in Europa e che apprezza Trump (ma… Il Fatto Quotidiano che si professa di sinistra…, queste cose le sa? Oppure è leninista e quindi privilegia il risultato?). Si fà sempre, da parte dei giornalisti che devono salvare la faccia per aver tirato a lungo la volata al M5S, l’esempio di Madamìn a Torino che non ha determinato i guasti di Roma: ha ottenuto i voti della buona borghesia torinese e delle periferie, si  è fatta fotografare in prima fila alla manifestazione  per le nozze gay, ha minacciato destituzioni per rappresentanti designati dal Comune nelle Fondazioni, ha sfrattato l’Osservatorio TAV, essendo lei una no-TAV, in perfetta coerenza con i voti dell’alta borghesia torinese che ha raccolto, non è riuscita ad arginare lo spacchettamento della fiera del libro a Torino, sull’inquinamento non ha deciso nulla di rilevante, se non la raccolta su base  volontaria delle alghe aliene nel Po,nulla sulle partecipate del Comune e  per il resto piatta ordinaria amministrazione,soprattutto  senza iniziative contro la stagnazione dell’economia della città, ma…  è buon governo!
L’amministrazione di Roma è in uno stato lamentevole: il cambiamento c’è stato sì ma, come ampiamente previsto in tempi non sospetti da questo blog, in peggio. Le scelte, finora assunte, sono state poche ed improvvide: le società partecipate sono nella condizione di sempre e la città non è più ordinata di prima, anzi è più buia e pericolosa, nel consueto traffico caotico, con furti negli appartamenti aumentati in modo rilevante;  i mezzi pubblici  non funzionano o  mancano del tutto in certe zone,  le periferie sono abbandonate,  la sporcizia è diffusa ed il verde pubblico degradato,  le buche nelle strade sono ormai rischiose per il transito,  i cimiteri dove il Comune incassa molti soldi sono in stato di semi-abbandono - le entrate vengono usate per altre finalità -  il debito consolidato è esplosivo… se tanto basti!
I giornali la chiamano ‘fatina’ e ha goduto del fatto che chi l’ha votata non vuole riconoscere di essersi sbagliato clamorosamente . Ma, ormai, il tirocinio è scaduto e sin qui ci siamo dovuti occupare solo dei suoi fatterelli personali. Adesso fà freddo a Roma, ma se tornasse sui tetti chissà che qualche buona ispirazione non la raggiunga, come quella di andarsene .


domenica 29 gennaio 2017

PERCHE' FILIPPO NERI NON SI FECE MAI GESUITA

Carlo Biancheri



San Filippo Neri e sant’Ignazio si conoscevano, si stimavano e si frequentavano. Filippo vedeva attorno alla testa di Ignazio un’aureola e infatti sulla tomba di Ignazio nella chiesa del Gesù a Roma l’altorilievo che raffigura l’incontro tra i due santi  ritrae Ignazio stesso con una raggiera attorno al capo, a ricordo della mistica luce che  Filippo vedeva in lui (v. Rita Delcroix, Filippo Neri il santo dell’allegria, San Paolo Edizioni, 2012). Eppure Ignazio, secondo il Gallonio, primo biografo di Filippo, dice di Filippo che era come la campana ‘chiamando li altri alla religione e non c’entrando esso’. In effetti, Filippo mandava dei giovani desiderosi di vivere il Vangelo in verità nella Compagnia. Si andava in Asia, pronti al martirio, come appare dalle prime cronache dei martiri gesuiti del tempo che Filippo aveva letto, una sorta di aggiornamento della tensione del primo francescanesimo, con San Francesco che andava a Damietta alla ricerca del martirio per seguire il ‘Signore poverello’…
Ignazio era un cristiano combattente, un paladino come i prodi di Carlo Magno, un militare deciso con il senso della disciplina e della gerarchia che significarono per lui ‘portare le armi per Gesù’. Per questo a trentatré anni si rimette a studiare e si contorna di magistri dell’Università di Parigi, ricchi, nobili colti che abbandoneranno tutto e vivranno elemosinando, pregando, predicando. Ignazio, a Roma, dopo il lavoro tra i poveri e negli ospedali, discute con i suoi la notte con pedanteria i piani strategici di evangelizzazione, stringendo nel contempo relazioni di amicizia importanti, ordinando ai suoi di non frequentare le donne, tranne quelle  altolocate (…), predicando nelle Chiese più importanti di Roma. Bisogna pensare che Roma all’epoca era stata  governata da papi del calibro di Leone X,figlio di Lorenzo il Magnifico (Dio ci ha dato il papato e adesso ce lo godiamo…) o Clemente VII (Medici), quello del sacco di Roma, dedito alle cacce, con una corte pontificia che aveva, non a caso, scandalizzato Lutero e che portò come reazione non la Contro-riforma, come abilmente sono riusciti a farla chiamare i riformati nordici, ma la riforma romana con papi come Paolo IV Carafa, San Pio V (senza di lui saremmo tutti musulmani, almeno fino al Reno), durissimi nella repressione dei comportamenti e delle eresie –con loro nasce l’Inquisizione…-  in un contesto, però, del clero che con il Vangelo aveva poco a che fare: vestivano come gli altri, cercavano solo di far carriera ecclesiastica, il celibato lo vivevano poco ed altrettanto le celebrazioni liturgiche. Va detto che si stava costruendo la nuova basilica di San Pietro e le famose ‘indulgenze’ (commercio di) servivano a finanziarla, cappella Sistina inclusa…: una curiosità, Lutero si era scagliato sul drenaggio di soldi in Germania mediante il commercio di indulgenze e da qui le tesi di Worms. Negli archivi Vaticani si è appena scoperto che dalla Germania con la vendita delle indulgenze non era arrivato il becco di un quattrino per la basilica di S. Pietro (v. inventario della fabbrica di San Pietro…), in quanto i soldi raccolti erano rimasti in Germania in tasca ai prelati, evidentemente, o ai principi… Anche allora i tedeschi impartivano lezioni, ma quanto a furbizia non erano secondi a nessuno.
I gesuiti, ‘questi preti che vogliono reformare il mondo intero’, si diceva allora a Roma centravano la loro azione alla conquista del mondo cattolico con una volontà ferrea per un fine da raggiungere; Sant’Ignazio ‘fonda l’avvenire sopra una rinunzia alle stravaganze della vita mistica e sulla subordinazione rigorosa delle persone al fine’(v.Ponnelle – Bordet, San Filippo Neri e la società del suo tempo, LEF, 1986). Fondamentale è la pratica degli esercizi spirituali, un rigido schema attraverso il quale l’anima conoscerà la volontà del Signore cui abbandonarsi. Sembra quasi che per salvarsi tutto si risolva in una scelta volontaristica: un’opera di misericordia al giorno, la lettura della Sacra Scrittura una volta la settimana, un fioretto, una ginnastica spirituale di cui il soggetto è oggetto quasi che si trattasse di una scelta esterna a lui. Ma… l’umano dov’è?
‘Tratto per tratto la Congregazione dell’Oratorio è il contrario della celebre istituzione della Compagnia di Gesù’ (Ponnelle –Bordet op.cit.).
Filippo, mentre Ignazio e compagni passavano le notti a pianificare come conquistare il mondo, si occupava delle persone e dell’Oratorio (‘L’istituto dell’Oratorio è una congregazione de’ sacerdoti, li quali, ritenendo lo stato e la professione di clero secolare, con Autorità della Sede Apostolica, sotto particolar regola e sotto obedienza de’ superiori, senza voto e senz’ altro vincolo che della propria volontà, habitano et vivono in comune, con diversi esercitii spirituali et spetie con la cotidiana parola di Dio, attendono alla salute propria et a quella del prossimo’). Il Baronio, il primo grande storico della Chiesa,  che si mise a studiare su impulso di Filippo che gli faceva anche fare da cuoco per la comunità (…), per contrastare le tesi interessate sull’origine della Chiesa e l’istituzione dei sacramenti che venivano elaborate dai tedeschi che dovevano dar supporto alla dottrina di Lutero, definì la Congregazione dell’Oratorio ‘Repubblica bene ordinata’ e Filippo, che più volte dichiarò di non voler comandare…, disse ’Se vuoi esser ubbidito,dai pochi ordini’…
Anche Filippo attirava persone altolocate che si mescolavano però ad artigiani, a lavoratori manuali. A parte Fabrizio de’ Massimi, principe, Gian Battista Salviati, star della mondanità romana, bello ed elegante, nipote della regina di Francia…-andava tutte le mattine, vestito di seta, a curare un vecchio servitore all’Ospedale degli Incurabili…, suscitando mormorii-, il Tarugi, nipote del papa, san Carlo Borromeo, ma anche il nipote cardinal Federigo, Anna Colonna, nipote del Borromeo e moglie del figlio del famosissimo Marcantonio, vincitore a Lepanto. A tutta questa gente Filippo faceva cantare: ’Vanità, vanità tutto il mondo è vanità’. La visita delle sette chiese a Roma nasce anche per contrastare il carnevale romano, una sorta di Sodoma e Gomorra, agli occhi dei pii del tempo (una minoranza). All’inizio erano cinquanta, poi tremila, e partivano a piedi cantando e pregando; ciascuno aveva diritto ad un panino ed ad una fiaschetta di vino (il cardinale Borromeo era uno dei finanziatori e facevano sosta nella vigna dei Massimi, vicino a San Sebastiano). C’erano anche grandissimi compositori come Animuccia (non è provato che vi partecipasse Palestrina…) e la musica oratoriale nasce così, alla Chiesa Nuova, dove ora ci sono Rubens e Guido Reni, negli spazi rifatti dal Borromini. Infatti, alle prediche, si alternavano dei pezzi musicali, bellissimi. L’approccio di Filippo era gioioso anche se fu messo sotto osservazione perché si comunicava quotidianamente e ciò era considerato esibizionismo (la gente, all’epoca, si comunicava a Pasqua e a Natale, normalmente…) e non fu processato grazie alla protezione di san Carlo Borromeo. Però San Pio V – se fosse vissuto, forse l’Oratorio non sarebbe mai nato…-  che non aveva alcun senso dell’umorismo, gli lasciò in ricordo una pantofola ed un piviale - che lui si metteva sopra la tonaca all’incontrario… -in segno di stima. Epater les bourgeois dicono i francesi e non solo per la lettura delle facezie del pievano Arlotto…, Filippo faceva spazzare a signoroni il piazzale della Chiesa Nuova come penitenza dopo la confessione, suscitando risa e lazzi, mandava in giro il Tarugi, tutto elegante, per le vie di Roma con il cane Capriccio in braccio, perché si era ingrassato e camminava male, sempre come penitenza… ma solo lui, molte volte, era accettato, come compagno, dai condannati a morte che si avviavano al patibolo per la via Giulia o la via del Pellegrino a Roma.
‘State buoni se potete…’; ecco questa era la dimensione umana che gli veniva dalle frequentazioni da ragazzo del Convento di San Marco, dove c’erano i frati domenicani che erano stati con Savonarola, dal periodo trascorso vicino a Montecassino e a Gaeta,  al Monte Spaccato. Cassiano è il suo referente che collima con i dodici gradi di perfezione di San Benedetto. Come un fiume carsico la sapienza benedettina, insabbiata dagli immensi monasteri e dai monaci forzati nei secoli per via del maggiorascato, riemerge periodicamente. Nella Regola di San Benedetto, diversamente dal comunismo storico che sfocia sempre nel potere tirannico di pochi, detentori dell’ideologia e quindi guide verso la liberazione promessa, si mette in comune tutto volontariamente (Omniaque omnibus sint communia… nec quisquam suum aliquid dicat  Cap. XXXIII Reg.) e l’Abate dirige in quanto prende semplicemente il posto del Cristo nella comunità. Per questo l’Abate deve ascoltare tutti anche l’ultimo (quia saepe iuniori Dominus revelat  quod melius est Reg. Cap. III). Filippo riprende Benedetto nello Spernere mundum, spernere se, spernere se sperni e cioè distaccarsi/disprezzare la vanità del mondo, se stessi e se stessi nel distaccarsi, lungo il cammino dell’umiltà rappresentata con la scala di Giacobbe: si sale quando si è umili, si scende quando ci si inorgoglisce.Siamo lontani dallo spirito di conquista… e si comprende anche il fascino che uno come Goethe,massone e deista, (‘il mio santo’) abbia subito.